Agrigento “capitale della cultura”, le parole di Catherine Spaak

Agrigento capitale della cultura italiana: ai numerosi endorsement ai aggiunge anche quello dell’attrice Catherine Spaak.  L’attrice lo fa parlando dello splendore del tempio della Concordia «e dell’incommensurabile bellezza della Valle dei Templi». «Ancora non lo sapevo ma il primo sogno che ricordo – dovevo avere circa sei anni – fu quello di una Valle abitata da costruzioni che non risultavano molto nitide al mio risveglio. All’ inizio vedevo qualcosa che somigliava ad una piccola città eretta sopra una collina di sabbia e di polvere chiara. Udivo soffiare il vento che trasportava un odore pungente di alghe marce e di erbe aromatiche. Poi, quando quel sogno mi visitò nuovamente, vidi grandi monumenti disseminati in un area color ocra lungo una valle». Scrive ancora la Spaak: «Quella visione era sempre accompagnata dal soffio del vento e da suoni provenienti da strumenti musicali ai quali non sapevo dare un nome. Qualche volta mi capitava di vedere più nitidamente un dettaglio inciso nella pietra o in qualche materiale sconosciuto che non sapevo definire e che mi appariva ingrandito. Col tempo riuscii a distinguere enormi colonne curiosamente erette in modo da offrire allo sguardo una visione d’insieme nella quale nessuna di esse era in grado di nasconderne altre. La città sembrava disabitata e solo il vento trasportava sabbia e polvere che sparpagliava ovunque come cipria tanto da sembrare fumo. Col tempo il paesaggio divenne sempre più nitido e mi accorsi che ombre chiare si muovevano uscendo da piccole case di fango e percorrevano lunghi vicoli stretti mescolandosi ad animali colorati».

Agrigento, Catherine Spaak e il sogno della Valle dei Templi

Queste figure, scrive ancora l’attrice, «salivano o scendevano in lunghe file, lentamente, per raggiungere posti molto imponenti con un tetto e delle colonne ma che non erano case e si trovavano sia nella valle che sulle colline. Sentivo ancora il vento ma anche le voci degli abitanti di questo luogo. Ma la lingua che parlavano non era la mia. La notte accendevano dei falò disseminati sulle alture e sembrava che il cielo si fosse rovesciato e che le stelle crescessero nella sabbia. C’erano cieli e stelle sotto e sopra che mi davano la sensazione di fluttuare nello spazio di un colore blu oltremare. Solo dopo il tramonto si fermava il vento e si udivano canti ritmati da voci rauche e tamburi dalle vibrazioni di velluto. La sera, sussurri mi giungevano da ante aperte sui vicoli bui e distinguevo spesso le parole Akragas e anche Raps che, anni dopo, scoprii essere il nome della città che sognavo e quello di una divinità pagana che si celebrava su quella collina». E conclude: «Oggi penso che attraverso i sogni, possiamo attingere ad una sorte di memoria collettiva disponibile a tutti noi, che i ”dejà vu” ne fanno parte e che, immerso in questo immenso pozzo eternamente vivo e colmo di ricordi possiamo tuffarci per ritrovare la storia e la bellezza fin dalle sue origini».