Afghanistan: Trump rifiuta di parlare con i talebani, il Paese è nel caos

Dopo la recente ondata di attacchi, gli Stati Uniti “non vogliono parlare con i talebani”. Lo ha detto il presidente Donald Trump, replicando ad una domanda sulla risposta Usa all’offensiva lanciata dai talebani in Afghanistan. Quattro attacchi in poco più di una settimana: è l’Afghanistan – spesso accostato alla Somalia, agitando lo spettro di “Stato fallito” – a più di 16 anni dall’inizio delle operazioni Usa nel Paese. Ieri è finita nel mirino l’accademia militare afghana di Kabul: l’attacco è stato rivendicato dall‘Isis, ma funzionari afghani hanno puntato il dito contro la rete Haqqani, così come in molte altre occasioni. Sabato, sempre nella capitale, si è fatto esplodere un attentatore suicida al volante di un’ambulanza imbottita di esplosivo: il bilancio parla di oltre 100 morti e più di 200 feriti. Il capo gli 007 afghani ed ex ministro della Difesa, Masoom Stanekzai, ha puntato il dito contro il vicino Pakistan e ha denunciato quella che considera una “guerra imposta”. L’attacco, uno dei più sanguinosi nella storia del Paese (insieme a quello dello scorso maggio nel quartiere diplomatico di Kabul), è stato rivendicato dai Talebani. Gli stessi che hanno rivendicato l’assalto del 20 gennaio all’Intercontinental di Kabul che ha fatto 22 morti. La battaglia è andata avanti per più di 14 ore e il 24 gennaio, quando l’Afghanistan ancora piangeva i morti di Kabul, l’Isis ha colpito la sede di Save the Children a Jalalabad, nella provincia di Nangarhar. I Talebani controllano oggi oltre un terzo del territorio afghano: non era mai stato così dall’avvio delle operazioni Usa. Come ha scritto Krishnadev Calamur per The Atlantic, “la resistenza del movimento e l’apparente facilità con cui continua a colpire il cuore dello Stato afghano sottolineano la sfida che il governo affronta per la stabilità del Paese, anche se il sostegno militare americano è destinato ad aumentare con il presidente Donald Trump”. Il governo locale appare fragile e diviso. Il presidente Ashraf Ghani è a capo di una coalizione segnata da rivalità e lotte intestine. La corruzione resta dilagante. Nel 2017 sono morti ogni giorno almeno dieci civili a causa dei combattimenti. Un sondaggio dello scorso luglio rivela che il 61% degli afghani ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata. La rabbia della popolazione contro la leadership afghana è esplosa già prima dell’attacco di ieri mattina: sui social media non mancano da giorni richieste di dimissioni e proteste per la situazione della sicurezza nella capitale. E’ in questo contesto che in Afghanistan è riuscito a penetrare l’Isis, che ha già colpito gli stranieri e la minoranza sciita dell’Afghanistan. Nel 2017 il gruppo ha rivendicato almeno 15 attacchi. “L’Isis ha perso terreno, ma non ha abbandonato le armi e punta all’Afghanistan, al Pakistan, all’Asia Centrale per rilanciare l’idea del califfato islamico”, ha detto lo scorso dicembreil ministro iraniano dell’Intelligence, Mahmoud Alavi. Dal suo arrivo alla Casa Bianca Trump ha aumentato il numero delle truppe Usa in Afghanistan da 8.500 a 14mila unità. Il Washington Post ha scritto che gli americani si preparano ad inviare ulteriori mille truppe e fonti del Pentagono hanno spiegato che verranno dislocate nelle zone più violente e remote del Paese. Tuttavia, aggiunge il quotidiano, l’impatto sulla situazione della sicurezza sarà limitato. Le forze di sicurezza afghane sono deboli e sotto organico: lo scorso anno i caduti sono stati quasi diecimila. Dopo l’attacco di sabato Trump ha ribadito la “determinazione” per un Afghanistan “sicuro, libero dai terroristi”. E il generale Joseph Votel, capo dello U.S. Central Command, ha insistito sulla convinzione che la vittoria sia “assolutamente” possibile.