Acca Larenzia 40 anni dopo. Almirante alla Camera: c’è un regime che istiga all’odio

Nel quarantennale dell’eccidio di Acca Larenzia pubblichiamo alcuni documenti tratti dall’archivio del Secolo d’Italia sulla strage che colpì in modo lacerante la comunità missina. Di seguito il discorso tenuto da Giorgio Almirante il 10 gennaio 1978 alla Camera dei deputati 

“Questa atmosfera di rispetto, in molti casi di sincero cordoglio, che il martirio di tre giovani di destra ha determinato, rende meno arduo il mio compito; che è pur sempre difficilissimo, perché si tratta di comprimere e di reprimere stati d’animo, pur legittimi e comprensibili, sentimenti, risentimenti; per nobilitare e responsabilizzare questa discussione, come comandano i giovani puliti e cari che sono morti per la libertà di tutti, come comandano i loro familiari, dalle labbra dei quali non è uscita la minima invocazione alla vendetta, ma una chiara, ferma, severa, richiesta di giustizia e di pace: la richiesta, soprattutto, che da questo sangue altro sangue non esca, la richiesta che sia finalmente rotta la spirale dell’odio e della guerra civile. A questo punto il discorso che occorre fare è il discorso delle responsabilità, passate, presenti e future; il discorso delle responsabilità morali e civili, delle responsabilità politiche, delle responsabilità esecutive, sia in termini di prevenzione che di repressione”.

“Le responsabilità civili e morali sono le più gravi, perché nel tempo hanno determinato e aggravato le altre. Oggi, al cospetto di questo triplice crimine, tutti o quasi si inducono a parlare di pace e a smettere la propaganda dell’odio. Ma quanti parlavano tale linguaggio, sereno e responsabile, fino a qualche giorno fa? Quanti tra voi, quanti tra noi tutti, hanno veramente contribuito nei mesi e negli anni passati a disintossicare l’atmosfera, a educare alla pace e alla comprensione le giovani generazioni? Io non mi voglio presentare in veste di giudice; ma in veste di testimone sì, ho il diritto di farlo, perché da trent’anni non partecipo e non partecipiamo alle responsabilità e nemmeno alle possibilità del potere. Invece, quale gravame di responsabilità morali pesa su coloro che hanno gestito il potere a tutti i livelli, su coloro che hanno controllato e controllano la radio, la televisione, lo spettacolo, la scuola, il sindacato, la stessa cultura! Persino in questi giorni la radio e la tv sono state faziose, rifiutando di dare per esteso le nostre comunicazioni, che pure erano intese a placare gli animi, rifiutandomi la possibilità di lanciare un appello ai giovani nel nome della pace! Persino in questi giorni è stata chiusa e faziosa la scuola, nelle responsabilità politiche di vertice, non dando ascolto alla nostra richiesta di proclamare un giorno di lutto nelle scuole, in memoria dei giovani assassinati, di tutti gli studenti assassinati. D’altra parte lei stesso, signor ministro dell’Interno (Francesco Cossiga, ndr)  ha parlato il 6 ottobre, nell’aula di questo ramo del Parlamento, il linguaggio dell’odio, della provocazione, della istigazione a delinquere contro la nostra parte, contro i nostri stessi giovani, e anche il linguaggio della calunnia, tanto è vero che i ragazzi che lei ha mandato in galera per quei fatti non debbono più rispondere di omicidio, né di concorso in omicidio, né di concorso morale in omicidio, né di rissa ma soltanto di presunti reati politici e di opinione”.

“Quanto alle responsabilità politiche, voi tutti avete costituito in questi ultimi mesi un regime, perché avete tentato di appropriarvi delle guarentigie costituzionali. La logica dei regimi, di qualunque colore essi siano, è la discriminazione; e con la discriminazione la violenza, e con la violenza l’odio e la spinta verso la guerra civile. Ora siete in crisi; e allora: o lo sbocco della crisi sarà ancora il patto a sei, il compromesso storico allargato, e in tal caso dovrete tener conto del fatto che noi siamo la opposizione; e che il tentativo di criminalizzare o di soffocare o comunque di discriminare la opposizione in quanto tale equivale alla riapertura di quella spirale dell’odio e della vendetta che in questi giorni dite di voler spezzare; o lo sbocco della crisi sarà il fallimento del compromesso storico e del precedente patto a sei, e allora non si dovrà parlare di governo di emergenza ma di governa di salute pubblica nazionale; cioè di una formula di reggimento del paese che non escluda alcuna componente, non già in termini di partecipazione alla maggioranza, al governo o al sottogoverno, e alle conseguenti lottizzazioni, ma in termini di corresponsabilizzazione, e quindi di pacificazione nazionale, come noi la vogliamo e la intendiamo. Ciò significa che la pacificazione nazionale, la salvezza della Nazione, non si può realizzare senza o contro i nostri ragazzi, senza o contro la nostra famiglia umana…”.

La cronaca del Secolo così continua:

“Almirante ha definito ignobili due passaggi dell’on Cossiga: quello relativo alle responsabilità dell’ufficiale dei carabinieri che ha ucciso il giovane Recchioni e quello relativo al solito decorso delle presunte indagini, quando le vittime sono di destra: nessun fermato, nessun arrestato, nessun covo chiuso, buio totale. (…) Il ministro ha sostenuto che l’ufficiale dei carabinieri avrebbe sparato per legittima difesa (perché i ragazzi avrebbero a loro volta sparato, circostanza questa smentita dalle testimonianze che la stampa, anche quella a noi dichiaratamente avversa, ha riferito) e che avrebbe colpito Stefano Recchioni senza volerlo, in quanto il braccio gli sarebbe stato deviato da un’accidentale caduta. Nella versione del ministro c’è una contraddizione: la legittima difesa dinanzi ai dimostranti non è stata invocata quando i manifestanti erano di sinistra, tanto che ufficiali e agenti di polizia sono stati mandati sotto processo. La tesi poi non regge perché è intimamente contraddittoria: il ministro non può sostenere nello stesso tempo la legittima difesa e l’errore!.

Il ministro dell’Interno Cossiga aveva così ricostruito i fatti: “Ha sostenuto che i giovani del Msi si sono abbandonati ad azioni di intemperenza contro operatori della Tv e carabinieri in servizio d’ordine, lanciando sassi e sparando. Il capitano Sivori sarebbe stato costretto a riparare dietro a un’autovettura militare e a sparare alcuni colpi in aria, essendosi però inceppata la sua pistola, prendeva un’altra arma, ma in quel momento cadeva a terra e dall’arma che impugnava partivano due colpi”.