A Gene Gnocchi trema la voce. Ma la sua toppa è peggiore del buco

Voce tremebonda e parole biascicate. Tipiche del vigliacco colto in castagna. Parliamo di Gene Gnocchi, l’apprendista comico che dagli schermi di Di Martedì ha immaginato di fare satira definendo «maiala» Claretta Petacci, una donna che ha pagato con la vita e con il codardo oltraggio post-mortem il suo amore per Benito Mussolini, e che ora dai microfoni di Radio Capital,  pretenderebbe di derubricare il tutto a «malinteso pazzesco» con la complicità di Massimo Giannini. Ma la toppa è peggiore del buco. Non per partito preso, ma solo perché la Gene’s version non regge alla logica. Non costerebbe niente, infatti, accogliere per buone le sue giustificazioni se solo avessero un minimo di plausibilità. Ma sono miserrime e finiscono solo per rendere ancor più chiara e lampante l’inadeguatezza morale del personaggio. Che senso ha scomodare la satira dopo aver tentato di strappare una risata ribattezzando una scrofa con nome e cognome di una morta? Nessuno. Peggio ancora se il suo vero bersaglio era Giorgia Meloni. A guardar bene, Gene Gnocchi aveva una sola possibilità di uscire con dignità da questa storiaccia in cui si è infilato con un occhio all’audience e con l’altro alla campagna elettorale: ammettere di essere un comico solo a metà (l’altra metà finisce in one) cui è scappata la lingua (incidente frequente tra i dilettanti); quindi chiedere scusa a vivi e morti e, infine, togliere il disturbo dal teleschermo non senza aver prima annunciato l’intenzione di frequentare un corso intensivo presso Maurizio Crozza, suo predecessore a Di Martedì. Avesse avuto tale contegno, nessuno può escludere che, in futuro, persino uno come Gene Gnocchi avrebbe potuto imparare a far satira e a far ridere. E, soprattutto, a fare l’uomo.