“Trumpisti in Rete?”: come sarà la campagna elettorale più social di sempre

Al  Centro Studi Americani di Palazzo Antici Mattei di Giove a Roma si è svolto il convegno “Trumpisti in Rete?”, organizzato da SocialComItalia.com, con la media partnership di Formiche.net, che ha fatto il punto sulla comunicazione digitale del centrodestra italiano. In clima di campagna elettorale, il focus sulla comunicazione politica e il paragone con Trump sono d’obbligo: è possibile una vittoria in Italia del centrodestra così com’è accaduto negli USA? Qual è il ruolo della rete in campagna elettorale?

Tra propaganda, fake news e linguaggio

Durante il dibattito, moderato da Luca Ferlaino (responsabile di SocialCom Italia) il paragone con la campagna repubblicana made in USA richiama già scenari preoccupanti secondo il ‘Direttore del Centro Studi Americani’ Paolo Massa: «Bisogna fare attenzione: la corsa alla ricerca del consenso pu portare ad un ondeggiamento benevolo verso alcune influenze che sono un cappio al collo. Teniamo fuori dalla campagna elettorale chi non vuole bene al nostro Paese e ha interesse ad influenzare le nostre politiche».

Roberto Arditti, giornalista già direttore de ‘Il Tempo’ ed esperto di comunicazione, punta il dito contro la mancanza di contraddittorio in rete: « Noi abbiamo visto soprattutto le formazioni politiche che devono rimontare e cercare voti andare sui Social, dove non c’è contraddittorio. La comunicazione è unilaterale poiché puoi buttare là una frase, uno slogan e non dover rispondere a chi ti pone domande ».

Gennaro Migliore, Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia, fa un’analisi sulla tardiva risposta del centrosinistra italiano: «La mancata capacità della sinistra di interpretare l’avvento sui Social del centrodestra come un fatto strutturato e potente ci ha portato ad un ritardo nella risposta. Non abbiamo imparato la lezione su ci che è accaduto negli ultimi 25 anni. Non è la prima volta che la destra si impadronisce di uno strumento di comunicazione popolare, lo ha fatto già con la TV. Io sposto la contesa – continua Migliore – sul terreno della capacità di costruire un’interpretazione dei fatti basata su dati ed informazioni corretti. Contesto la possibilità di inseguire le altre formazioni politiche sul terreno delle fake news e della propaganda disinformativa».

Alessandro Giuli, direttore di Tempi, ricorda l’importanza del linguaggio dei Social: «Noi facciamo dei discorsi troppo sofisticati rispetto alla “guerra” sui Social Network che non si basa sulle parole ma sulle immagini. Tutto è diventato didascalia di immagini. La realtà si è mangiata l’utopia della libertà online. Per la prima volta la destra pu fare le cose di destra, dopo che la sinistra è stata egemonica per molti anni sulla gestione dei nuovi mezzi di comunicazione ».

Antonio Palmieri, deputato di Forza Italia ed esperto di comunicazione digitale, sottolinea lo stile comunicativo di Forza Italia in campagna elettorale: « Noi abbiamo sempre fatto campagna elettorale con pochi temi e chiari a tutti, difficile da interpretare male. La nostra comunicazione si rivolge al popolo. L’establishment supporta la politica del politicamente corretto e c’è chi si oppone sia a chi è al governo sia al linguaggio che porta con sé. C’è una grande differenza tra l’essere popolare e l’essere populista ».

Franco Bechis invece riprende il comportamento dei media tradizionali, contestando il concetto che le fake news siano presenti solo sul web: « Un certo modo di dare le notizie da parte dei media tradizionali è uguale a quello delle fake news. Tutti fanno la comunicazione social, anche il mainstream. Un TG non fa approfondimento o riflessioni. Non c’è tanta capacità di risolvere i problemi. Sui Social c’è più disponibilità a ragionare e prendersi del tempo per approfondire » e sul tema della divisione destra/sinistra: « Non esiste destra o sinistra sui social. Le categorie sono sistema e antisistema, mainstream contro non mainstream. La comunicazione che funziona online è la comunicazione anti-sistema, ogni cosa perde di contenuto per diventare arma contro il sistema e ci non aiuta a comprendere i fatti reali ».

Francesco Nicodemo concorda con Bechis sull’inutilità della distinzione destra/sinistra in rete e aggiunge: «La Rete ha una penetrazione nella popolazione che supera il 70% e comprende tutto: dai social passando per la lettura di giornali, musica e video. La disinformazione è sempre esistita, è determinante ma non in termini elettorali. Trump ha vinto perché l’altra candidata era sbagliata e anche la sua campagna elettorale lo era ».

Anche Luca Donadel, influencer famoso per le sue video-inchieste, ha un’idea precisa di come funzioni l’informazione in rete: «Noi online viviamo in bolle, a volte create dagli algoritmi di Google e Facebook e a volte anche solo cercate da noi. Trump ha saputo sfruttare i Media: erano i Media tradizionali che non potevano fare a meno di Trump, non l’inverso. Ha speso pochissimo per la campagna elettorale. Il brand è una persona specifica, si ha fiducia nelle singole persone e gli influencer devono saper gestire questa fiducia con consapevolezza e responsabilità».

Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, ricorda le differenze generazionali nel fare politica: «Centinaia di migliaia di manifesti di una volta ora si possono tradurre in un post in rete con migliaia di condivisioni, si fa anche meno fatica. Bisogna essere capaci di comprendere le potenzialità del mezzo e di diffidare della tecnica, la guerra alle delle fake news è un pericolo perché rischia di togliere la voce ai dissidenti e di essere una censura».

Tommaso Longobardi, influencer da 700.000 follower, spiega il suo successo online così: «Non son legato a testate giornalistiche o partiti quindi mi seguono perché percepito come indipendente e neutrale nella mia esposizione, così posso anche andare nelle zone terremotate senza venire fischiato. Io non faccio interpretazioni di ciò che vedo, il mio compito è di mostrare ciò che vedo e poi lascio il giudizio ai miei followers».

Si ritorna nel campo della carta stampata che si è evoluta con i tempi con Italo Bocchino, direttore del Secolo d’Italia, giornale storico italiano della destra italiana: «Il mio giornale ha lottato negli anni per continuare ad esistere. Oggi gli utenti vengono da noi mentre prima eravamo noi a dover andare da loro. Questo cambia tutto. Credo che la comunicazione del centrodestra sul WEB sia un miracolo: noi non abbiamo studiato come i grillini e non abbiamo una struttura come quella del PD, la nostra influenza è nata dal basso» e continua lanciando un monito ai politici: «E’ più facile oggi fare un partito “specchio” che un partito “guida”. Avendo gli utenti che ti scrivono ogni giorno si rischia di essere guidati dalle sensazioni online».

Il successo dei temi di centrodestra online viene sinteticamente spiegato da Eugenio Cipolla, influencer, così: «Il centrodestra dà interpretazione ai temi che sono più cari alla maggioranza del Paese e vince per questo. La più grande fake news è che esistano fake news che fanno vincere o perdere le elezioni ».

Nel corso del dibattito è stata sottolineata l’importanza dell’anonimato in rete, come sottolinea Luca Sbardella: «La rete comporta una serie di irresponsabilità: si pensa di poter dire ogni cosa. L’anonimato online è la madre di tutti i problemi».