Smetto quando voglio: si chiude la brillante trilogia che accusa il mondo accademico

Smetto Quando Voglio: Ad Honorem è la conclusione di un progetto molto interessante e originale. Sidney Sibilia e Matteo Rovere, rispettivamente regista e produttore, hanno trasformato il primo «Smetto Quando Voglio», una commedia già abbastanza fuori dagli schemi, in una vera e propria saga action. In questo terzo capitolo ritroviamo la banda dei ricercatori in carcere, accusati ingiustamente di aver sintetizzato una droga chiamata Sopox. Pietro Zinni (Edoardo Leo), il leader di queste menti brillanti, ha scoperto che chi sta dietro a questo giro di spaccio, un ex professore di nome Walter Mercurio, lavorava in segreto per produrre del gas nervino da utilizzare per una strage. Per fermarlo Pietro dovrà evadere con il resto della banda, chiedendo aiuto al loro vecchio avversario: il boss «Murena».

Con il film precedente Sibilia si era indirizzato più verso l’elemento action, creando i presupposti della saga, mentre con Ad Honorem riprende, ed espande, la critica sociale presente nel primo episodio. I componenti della banda infatti sono stati costretti da disoccupazione e lavoro sottopagato ad entrare nel giro criminale. La società italiana e il mondo accademico li hanno lasciati soli. Le istituzioni sono più interessate a curare gli interessi di pochi piuttosto che valorizzare le risorse umane del paese. Anche Walter Mercurio è una vittima di questo sistema. La sua situazione è uguale, seppur più drammatica, a quella di Pietro e della banda.

Ad Honorem mette lo spettatore di fronte ad un interrogativo: perché sventare un attentato destinato a punire chi ha causato tutto questo? La risposta sta nelle nuove generazioni, nella speranza che i giovani riescano in futuro a cambiare qualcosa. I temi del film sono molto attuali, il problema però è la fretta con cui vengono affrontati, senza essere approfonditi appieno. Un limite presente anche nel personaggio di Walter. Durante il film la sua storia e le sue motivazioni sono costruite perfettamente, giungendo verso la conclusione invece viene trattato superficialmente, specialmente in un finale dove si poteva osare di più. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che secondo e terzo film sono stati girati insieme, nonostante sia stata un’ottima strategia produttiva e promozionale. Per il resto Ad Honorem è un film coinvolgente e divertentissimo, le interazioni della banda sono esilaranti, in particolare nelle sequenze in carcere.

La vera sorpresa della pellicola è però il «Murena», interpretato da Neri Marcorè. La sua figura viene caratterizzata maggiormente rispetto alla prima apparizione e, anche grazie alla presenza scenica di Marcorè, oscura in parte gli altri personaggi.

La regia di Sibilia è sempre ottima, accompagnata di nuovo dalla fotografia dai colori inaciditi, tratto distintivo di tutti e tre gli episodi. Ad Honorem quindi conclude ottimamente la serie, nonostante non raggiunga i livelli altissimi del precedente Masterclass.

L’operazione di Smetto Quando Voglio, che possa piacere o meno, è un esempio da seguire. La saga unisce due filoni diversi: la tradizione della commedia all’italiana, riprendendo lo stilema dei personaggi disperati che si uniscono per trovare la forza di andare avanti, come ne «I Soliti Ignoti» o «Amici Miei», e un certo tipo di commedia americana, sullo stile di «Ghostbusters», dove la comicità è inserita in un contesto narrativo di genere appassionante e trascinante. L’insieme dà vita a un vero e proprio universo dotato anche di una sua «mitologia». Riesce inoltre, come altre opere prodotte di recente, pensiamo a «Lo chiamavano Jeeg Robot» e a «Veloce come il vento», a rinnovare profondamente il panorama cinematografico italiano, riportando in auge il cinema di genere, componente essenziale nella storia cinematografica italiana.