Salvini e Meloni, attenti al Cav: il nuovo “patto Gentiloni” è una fregatura

Corsi e ricorsi storici: nel 1913, ultimi lampi dell’età giolittiana, il cosiddetto “patto Gentiloni” – dal cognome del suo proponente, il conte Ottorino – servì ad aggirare il divieto imposto dal non expedit di Pio IX ai cattolici di partecipare attivamente alla vita politica dello Stato. A distanza di poco più di un secolo, un nuovo “patto Gentiloni”, inteso questa volta come Paolo, l’attuale premier, che di Ottorino è discendente, sembra destinato a restare negli annali politici, sebbene il suo scopo non sia più quello di riconciliare il trono con l’altare. Le analogie, tuttavia, non mancano: ora come allora si tratta di un accordo informale, cioè non scritto, ma sollecitato dalla modifica del sistema elettorale. E se nel 1913 l’obiettivo consisteva nel contenere l’avanzata socialista nelle urne, data per scontata dopo l’introduzione del suffragio universale maschile, quello del 2018 è la realizzazione di un polo neo-centrista intorno a cui fare e disfare alleanze com’è normale in un sistema elettorale proporzionale: E il nostro, benché temperato da una residua quota maggioritaria, lo è. Ora come allora, soprattutto, identico è l’obiettivo del “patto”: l’arruolamento dei cattolici. Ieri garantendo loro la tutela delle scuole religiose dal monopolio educativo dello Stato laico, oggi assicurando loro un seggio in Parlamento con annessa prospettiva di “larghe intese” in caso di pareggio elettorale. Esaurite le analogie, resta da capire chi è il Giolitti odierno, vale a dire l’ideatore primo e il beneficiario vero del “patto”. Gli indizi conducono a Berlusconi, che dal nuovo assetto recupera centralità in Italia e agibilità in Europa. Non è un caso che siano suoi l’outing pro-Gentiloni più recente e, soprattutto, il progetto di una “quarta gamba” centrista in cui assemblare vecchie glorie alla Mastella, giovani speranze alla Fitto, eterne promesse alla Lupi, evergreen alla Cesa e neoguelfi alla Quagliariello, ma le cui porte sono aperte un po’ a tutti purché moderati, cioè disponibili a puntellare Forza Italia quando, in caso di pareggio elettorale, Salvini e Meloni spingeranno per un immediato ritorno alle urne. Fantapolitica? Può darsi. Ma a irrobustire i sospetti concorre l’insistente voce che vuole il Quirinale intenzionato a spedire Gentiloni alla Camere per ottenerne la fiducia qualora non si riuscisse a formare un nuovo governo. È il motivo per il quale il premier non si dimetterà neppure al termine della legislatura. Insomma, le premesse perché il nuovo “patto” funzioni, esattamente come quello vecchio, ci sono tutte. Dovesse accadere, sarà il caso di dire che i cónti – almeno quando si chiamano Gentiloni – tornano sempre.