Prima alla Scala snobbata ancora dai politici: e la Boschi entra dal retro (video)

“Tutto il mondo guarda alla Scala”, dice il ministro Franceschini. Sì, tranne i politici italiani, visto che il ministro dei Beni culturali era il più alto in grado la sera della prima. giovedì sera. Brutta figura, politicamente parlando, come del resto lo fu lo scorso anno., quando la prima al Tempio della lirica italiana cadde dopo il rovinoso referendum istituzionale del 4 dicembre con il morale sotto le scarpe da parte del governo e delle istituzioni che ci avevano messo la faccia. La prima della Scala “da questo punto di vista cade sempre in un momento delicato”, ha ammesso a denti stretti il sindaco di Milano Giuseppe Sala riferendosi alle defezioni delle autorità. Lo scorso anno, infatti, la mancanza delle prime cariche dello Stato era dovuta alla bocciatura del referendum e alla conseguente caduta del governo Renzi.

Dieci minuti di applausi per l’Andrea Chénier di Umberto Giordano con la direzione del maestro Riccardo Chailly e la regia di Mario Martone, che ha inaugurato la stagione del Teatro alla Scala. Una prima disertata dai politici, dopo i forfait del presidente della Repubblica Mattarella, del premier Gentiloni e del presidente del Senato Pietro Grasso. Rimaneva Maria Elena Boschi che però entra dal retro, per evitare contestazioni. Agli italiani a differenza dei politici invece la lirica piace: la diretta su Rai Uno ha totalizzato oltre 2 milioni di spettatori.

E del resto non ha voluto sentir parlare di mancanza di personalità il sovrintendente della Scala Alexander Pereira: “Ci sono tanti rappresentanti ufficiali di questo Paese e comunque noi facciamo l’opera per gli amanti della musica e tutto il resto è secondario“. In effetti, è una questione di sensibilità per le eccellenze italiane, come lo è il bel canto esportato in tutto il mondo. E il disinteresse a non esserci dà la misura di uno stile istituzionale inesistente. Da segnalare i presenti: con un tris di ministri (quello dell’Economia Pier Carlo Padoan, dei Beni culturali Dario Franceschini e della Coesione Sociale Claudio De Vincenti) e due sottosegretari (Boschi, accompagnata dal fratello, e Ivan Scalfarotto) oltre alla vicepresidente della Corte Costituzionale Marta Cantabia, al presidente della Lombardia Roberto Maroni e al sindaco.

Un’opera politica come l’Andrea Chénier, che fa i conti con la Rivoluzione francese che divora se stessa, avrebbe potuto interessare i politici: riflettere in musica  sulle derive sanguinarie dell’89, fino al Terrore di Robespierre e alle derive giustizialiste poteva intrigare. Certo, per chi la conosce.  Andrea Chénier era il tenore Yusif Eyvazov e   ha spazzato via ogni scetticismo della vigilia, convincendo anche i “loggionisti” che sul web erano già pronti a demolire il tenore.