Pericolo jihadista in cella, 506 detenuti monitorati, 150 a rischio radicalizzazione

Numeri che sono a dir poco inquietanti, e sintomatici di un fenomeno – quello della radicalizzazione islamica – dal quale dobbiamo difenderci sempre di più a partire dalle nostre carceri dove, secondo gli ultimi dati ufficializzati dal ministro della Giustizia Andrea Orlando in una intervista a Repubblica, sono 506 le persone monitorate e, per 15o di loro almeno, si ipotizza un alto rischio di radicalizzazione. Tutte, comunque, fa sapere il titolare del dicastero di via Arenala, sarebbero «tenute d’occhio anche dopo segnali minimi».

Terrorismo in carcere, 15o detenuti a rischio radicalizzazione

Una situazione, quella delle nostre carceri, già ad alto tasso di pericolosità, e decisamente aggravata dal rischio radicalizzazione dei detenuti stranieri, in graduale aumento ma che il ministro della Giustizia Andrea Orlando, nell’intervista a Repubblica, ritiene «meno allarmante». Certo, come lo stesso numero uno di via Arenala ribadisce, «grazie poi al coordinamento del Casa, il Comitato di analisi strategica antiterrorismo, le informazioni della polizia penitenziaria vengono condivise con le altre forze dell’ordine per valutare al meglio le singole posizioni», e «in ogni caso, il rischio non deve essere sottovalutato», ma la miscela esplosiva che si innesca mescolando come lo stesso ministro riconosce, «percorsi di disagio personale» con «la spinta di imam improvvisati o estremisti», contribuisce solo ad alimentare insicurezza e allarme.

Da evitare la propaganda d’odio promossa da imam improvvisati

Un clima di sospetto e di propaganda che incita all’odio contro il nemico occidentale, quello che si respira anche negli istituti di pena del Belpaese che, a detta del ministro aumenterebbe qualora venisse negata la possibilità di seguire le regole del culto islamico anche in cella. Allora, anche per questo, aggiunge il titolare del ministero di Grazie e Giustizia, «abbiamo disposto un programma, confrontandoci con altri paesi europei, che va oltre il monitoraggio e prevede un intervento psicologico… per cui garantire il culto è un fattore decisivo. Sia per impedire che questo argomento venga usato dagli estremisti per fare proselitismo, sia per evitare che i riti siano officiati da imam senza controllo. In carcere – conclude Orlando su Repubblica – le dinamiche sono le stesse del mondo esterno: il degrado sociale aiuta la devianza e la clandestinità nel culto contribuisce all’uso distorto della religione come propaganda d’odio». E ce ne mancherebbe solo un altro po’…