Non chiamateli kamikaze: un saggio sull’etica guerriera che non appartiene all’Isis

I guerriglieri suicidi di Al Qaida e dell’Isis non possono essere chiamati kamikaze. Prende spunto dall’attuale scenario internazionale e dall’allarme sul terrorismo di matrice islamica Daniele Dell’Orco nel suo ultimo saggio, in cui contrappone l’etica dei samurai che ispirava le gesta dei piloti giapponesi nel secondo conflitto mondiale alle tecniche utilizzate dai moderni tagliagole con le bandiere nere dello stato islamico. Reduce da una monografia su Nicola Bombacci, Dell’Orco pubblica ancora con la casa editrice Giubilei Regnani, e il titolo dell’opera data alle stampe non lascia dubbi: Non chiamateli kamikaze (pp. 422, euro 22).

E’ un libro di storia e di storia militare, di costume, con approfondimenti sulla letteratura tradizionale del Giappone e sulle odierne guerre asimmetriche combattute dai terroristi e con rimandi importanti alle teorie filosofiche sul suicidio. Centrale il capitolo dedicato all’etica dei kamikaze, così lontana dall’attuale spirito occidentale e anche così distante dall’etica cristiana per la quale la vita è un dono che non è nella disponibilità dell’uomo gettare via. “Il valore della vita – recita invece un proverbio giapponese – nei confronti dell’assolvimento del proprio dovere, ha il peso di una piuma”. Ad esso deve affiancarsi ciò che disse l’aspirante pilota suicida Furukawa: “Una vita umana ha molta importanza solo rispetto ad altre vite. Di qui deriva il principio dell’onore… L’essere umano, che ha già perso la stima di sé tenendo troppo alla vita, ha bisogno di onore“.

E’ indubbiamente l’eco di queste concezioni, tramandate nel Bushido (il libro che codifica lo stile di vita dei samurai), ad aleggiare nel modo nobile in cui i soldati giapponesi affrontarono la sconfitta. Ne è esempio la fine dell’ammiraglio Onishi, inventore dei corpi d’assalto speciali che reagì alla sconfitta eseguendo il rituale seppuku: “Desidero esprimere la mia più profonda stima per le anime degli eroici piloti da attacco speciale. Essi hanno combattuto e sono morti da bravi, fiduciosi nella nostra vittoria finale. Desidero espiare con la morte quanto io abbia avuto colpa nell’incapacità di ottenerla e porgo le mie scuse alle anime dei piloti che sono morti e alle famiglie che sono rimaste orbate di essi. Vorrei che i giovani del Giappone trovassero una morale nella mia morte“.

Negli uomini bomba dell’Isis, oltre al coinvolgimento infame di civili innocenti, c’è un disegno utilitaristico – fare il maggior numero di morti usando risorse limitate – del tutto assente negli orientamenti spirituali dei kamikaze. Ancora, scrive Dell’Orco, la loro forza risiede nella paura. Questa la debolezza dell’Isis: legittimare una nuova corsa agli armamenti senza intaccare le capacità militari dei paesi che colpiscono. Inoltre gli attentati su suolo europeo “hanno l’effetto, nel lungo periodo, di aumentare la distanza tra i terroristi e la massa dei musulmani occidentali”.

Un lungo a articolato ragionamento, quello di Daniele Dell’Orco,  su differenze (anche se non mancano le similitudini) estetiche e etiche tra kamikaze e tagliagole che alla fine ha uno scopo ben preciso: spiegare che esistono vari tipi di sottomissione (per usare l’espressione del romanzo-denuncia di Michel Houellebecq), tra cui anche il soccombere a etichette di comodo, dimenticando che il linguaggio, soprattutto quando non è conformista, è una potente arma di crescita culturale. Una raccomandazione che va indirizzata, in ogni caso, più agli studiosi che ai giornalisti per i quali la semplificazione, soprattutto nei titoli, fa parte del “mestiere”.