Improvvisa scomparsa di Riccardo Perrella, valoroso attivista e amico

E una notte, al termine di una giornata pesante, guardi Facebook per rilassarti e vedere che c’è di nuovo: Trump, Salvini, le buonanotte degli amici… improvvisamente, sulla bacheca di un caro amico leggi la notizia che non ti sarebbe mai venuta in mente, la più inaspettata di tutte: è morto Riccardo Perrella. Controlli l’amico, ma è uno serio. Cerchi disperatamente scorrendo la pagina, e poco dopo un altro amico dice la stessa incredibile cosa. Allora, stordito, fai l’unica cosa che si può fare, vai sulla sua pagina. E hai la tragica conferma. È troppo tardi per chiamare qualcuno e aspetti la mattina non  pensando ad altro. Finalmente riesco a sapere qualcosa, ma non si capiscono le cause della morte: c’è l’autopsia proprio in queste ore. Riccardo lo vedevo piuttosto spesso, era in forma fisica perfetta, era uno sportivo, sempre di buonumore. Facevamo delle cenette con a seguire partita a casa di Gaetano e Martina, con la moglie Rossella e – raramente – l’adorata figlia Claudia, che ha l’età di uno dei miei figli. In realtà Riccardo lo conoscevo da oltre quanrant’anni: era un valoroso attivista della sezione del Movimento Sociale Italiano del difficile quartiere Talenti, quella di via Martini. Era amico di Angelo Mancia, Massimo Boni, Enzo Giudici, e tutti quelli che allora animavano quella sezione di frontiera, contro la quale ci furono bombe e assalti. Poi passò a via Sommacampagna, alla federazione provinciale del Fronte della Gioventù, entrando in amicizia con tutti, e in particolare con Gaetano, Grissino, Guido, Paolo e tutti gli altri. Era davvero benvoluto da tutti, per il suo essere schietto e coraggioso, e per la sua tendenza a scherzare sempre, disinnescando le tensioni che talvolta potevano crearsi, anche se era molto raro. Come dicevamo allora, un vero “cazzeggione”, che però sapeva diventare estremamente serio quando era il caso: l’omicidio di Angelo Mancia, quello di Stefano Cecchetti, vicino al quale RIccardo abitava e altre tragiche occasioni. In quei casi diventava serissimo e disponibile, affrontando tutte le situazioni con la necessaria freddezza e coraggio. Ma le sere andavamo  a prendere la pizza, i pomeriggi a piazzale delle Muse, la mattina – qualche volta – a scuola. E a proposito di scuola, credo che lui sia stato l’unico a fare tutto il corso del liceo all’Archimede, la scuola del Nuovo Salario più rossa di Roma, dalla quale molti missini erano stati costretti ad andarsene. Ma lui, tenendo un profilo basso e usando la necessaria prudenza, riuscì a conseguire la maturità. Dopo, con l’ingresso nel mondo del lavoro, lui diventò steward Alitalia, ci perdemmo un po’ di vista, ma non completamente. Negli ultimi anni, insieme ad altri vecchi camerati, ricominciammo a frequentarci, e non era davvero cambiato nulla tra noi. Mi aiutò moltissimo per la stesura del mio libro sugli attivisti romani negli anni di piombo, raccontandomi le vecchie storie di Talenti e Monte Sacro. Così ci vedevamo con Gaetano e Martina, Riccardo e Rossella e qualcun altro. Veniva anche alle cene che quelli di Sommacampagna organizzavano mensilmente. Aveva perso il lavoro, ma non l’attaccamento ai vecchi amici e ai vecchi valori: anche in questo caso non si era né arreso né abbattuto, anzi. Giocava a tennis e a pallone come se avesse vent’anni, e i ricci del dio greco che sembrava da giovane si erano un po’ imbiancati. Aveva sempre una parola di incoraggiamento per tutti, soprattutto per la sua squadra del cuore, la Roma, per la quale era veramente pazzo. Quella di Riccardo è una gravissima perdita, per quello che lui era per tutti noi, per la nostra comunità umana. Per ricordarlo abbiamo scelto delle foto degli anni Settanta: in quella a colori si vede Riccardo gioioso come sempre mentre assiste con gli altri camerati a una partita della squadra Fiamma della Talenti. Vicino a lui, Cico e Angelo Mancia che fa le corna. A destra, lo vediamo insieme con Gabriele Limido, a viale Cavour, che impavido attende l’assalto di un corteo dell’estrema sinistra.