Il Fisco insegue la vittima delle valvole cardiache killer: «Paga 100mila euro»

Una busta raccomandata arrivata all’ora di pranzo con il logo dell’Agenzia delle Entrate. All’interno, il conto da pagare: 100.319,35 euro. Saldo previsto entro 60 giorni dalla notifica della cartella esattoriale: in caso di ritardo, saranno addebitati gli interessi di mora. La drammatica storia è raccontata dal Mattino di Padova.  Dopo il danno, la beffa. Non è bastato perdere un marito e un padre perché nel petto gli è stata impiantata una protesi cardiaca difettosa, una delle note valvole killer prodotte dalla Tri Technologies, l’azienda brasiliana di Belo Horizonte svanita come neve al sole di fronte ai primi morti. Per conto dell’Azienda ospedaliera di Padova – la struttura sanitaria che aveva acquistato con trattativa privata e poi utilizzato una trentina di quelle protesi a rischio rifiutate da altri ospedali veneti – l’Agenzia delle Entrate reclama la restituzione dell’anticipo sul risarcimento versato alla signora Margherita Sambin, vedova di Antonio Benvegnù, la prima vittima ufficiale delle valvole killer.

La cartella esattoriale

«Quando il postino mi ha consegnato la busta – racconta la signora Sambin al Mattino di Padova –  stavo mangiando. E mi si è bloccato lo stomaco. Me l’aspettavo, visto com’è finito il processo penale. Ma non pensavo che l’Azienda si sarebbe rivolta all’Agenzia delle Entrate, rifiutando qualunque dialogo. In base alla cartella esattoriale devo pagare 100mila euro entro sessanta giorni. Ma io vivo con una pensione di reversibilità di mille e 10 euro al mese. E arrotondo con piccoli lavori di ricamo o facendo la baby sitter. Ho una Clio da 16 anni, malandata come il frigorifero di casa. Con questa tegola in testa, non potrò neanche fare un finanziamento per comprarmi un elettrodomestico a rate. Non trovo giusto essere stata messa in croce a 69 anni. È assurdo. Disumano». E poi ancora: «Mia figlia e io abbiamo finito di pagare le rate del mutuo dell’appartamento in cui abito in una zona Peep a Mandriola di Albignasego. Abbiamo pagato i suoi studi all’università. E metà dei soldi, oltre 100mila euro, sono andati nelle spese legali affrontate per avere giustizia».

 La vicenda giudiziaria

Come si legge sul Mattino di Padova, Antonio Benvegnù, il primo paziente morto a 51 anni il 23 febbraio 2002 per la rottura della valvola cardiaca prodotta dalla brasiliana Tri Technologies, una protesi difettosa. In seguito a quel decesso, il pm Paola Cameran aprì l’inchiesta su quelle che, da allora, furono soprannominate le valvole killer: è stato uno dei maggiori scandali della sanità italiana. In primo grado il tribunale di Padova pronunciò una raffica di condanne. Furono concessi risarcimenti ai pazienti sopravvissuti e ai familiari dei morti. Ma quella sentenza è stata azzerata dalla Corte d’appello di Venezia ed è diventata definitiva con la conferma della Cassazione: la corruzione è risultata prescritta. Tutto svanito.  Il motivo? Le valvole imperfette nella produzione (l’emidisco era a rischio rottura) avevano ottenuto il marcio Ce (certificazione europea) e così non è stata riconosciuta alcuna responsabilità. Anzi, ora l’Azienda ospedaliera di Padova pretende la restituzione del risarcimento che era stato anticipato alle vittime e ai loro parenti.