Difendiamo la lingua italiana dagli anglicismi dilaganti

lunedì 4 dicembre 17:25 - DI Benedetta Fasciani

Negli ultimi otto anni aumento del 773% dell’uso delle parole anglosassoni. “Tu vuò fa’ l’americano”:  era il 1956 quando Renato Carosone irrideva  il processo di americanizzazione che si stava diffondendo nell’Italia del dopoguerra, attraverso, appunto, gli anglicismi. Sembrava una provocazione cantata, ma a sessant’anni di distanza, è diventata realtà. Innumerevoli parole anglosassoni sono entrate a far parte del nostro vocabolario. Vip, weekend, partner, computer, supermarket, killer, premier, smartphone, happy hour, low cost, all inclusive, fashion, web, tablet, snack, feedback, hall, top, location eccetera.

L’accettazione passiva delle parole straniere, è un chiaro segno di disaffezione nei confronti della nostra lingua. Sono lontani i tempi in cui Bruno Migliorini teorizzò la traduzione dei foresterismi, ritenuti lesivi dell’entità e del prestigio nazionale. Negli anni ’30, per volontà governativa, diverse testate giornalistiche proposero concorsi fra i lettori per promuovere la lingua italiana. Nel 1941, l’Accademia d’Italia, creò una commissione per l’italianità della lingua, che nel biennio 1941/1943 impose la sostituzione di 1500 vocaboli e l’adozione di forme similari di parole tecniche derivate da inglese e francese. L’attenzione per l’evoluzione, la conservazione e la protezione della lingua italiana durante il ventennio, fu ineccepibile.

Ma la fine della seconda guerra mondiale e la conseguente caduta del fascismo pose fine a questo processo. Nel dopoguerra, gli Usa, per ragioni economiche e politiche, imposero modelli sociali, di costume ed etici che agirono pesantemente anche sulla lingua quotidiana. Oggi, l’italiano, incoronata lingua romantica per eccellenza, è la quarta più studiata, preceduta solo da inglese, spagnolo e cinese. Siamo davanti, almeno lì, a francesi e tedeschi.

Eppure, negli ultimi otto anni c’è stato l’aumento del 773% dell’uso delle parole anglosassoni. I nostri politici, che dovrebbero essere difensori irriducibili  nella difesa della lingua, sono i primi a snobbarla. Esempi lampanti sono “Jobs Act” e la “Stepchild Adoption” di Matteo Renzi. A primo acchito potrebbero sembrare riforme attribuibili al congresso Americano o al Parlamento inglese. Nel 2015, il Ministero dei Beni Culturali creò il portale turistico di Expo Italia, chiamandolo “verybello.it”. Il logo relazionale del sindaco Marino per Roma Capitale fu “Rome and you” al posto dello storico “Spqr”.

Curiosa e differente è stata la resistenza francese all’invasore idioma americano nel dopoguerra. La Costituzione francese del 1958 sancì la difesa della lingua francese quale lingua della repubblica. Nel 1975 la legge Bas-Lauriol stabilì il divieto di utilizzare qualsiasi termine inglese nei documenti ufficiali, nella pubblica amministrazione, nella pubblicità. Venne istituita la “Commisione terminologica” per vigilare sulla corretta attuazione con il compito di sostituire parole inglesi con termini francesi. Cosi’ “computer” divenne “ordinateur”, “weekend” cambiato con “fin de semaine” , “e-mail” in “dialogue en ligne”. Nessun autoritarismo, nessuna dittatura. E’ accaduto nella democratica Francia.

“Tu vuò fa’ l’Americano”, che sembrava una canzonetta sarcastica si è rivelata profetica. Difendere la nostra identità e l’autodeterminazione della lingua italiana è un dovere. L’uomo si è sempre definito facendo riferimento alle cose che per lui hanno maggior significato. Si autodefinisce in termini di progenie, religione, lingua, storia, valori e istituzioni.

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