Dell’Utri, la Procura insiste: «Resti in carcere». E il Tribunale prende altro tempo

Il Tribunale di sorveglianza di Roma prende tempo e sul caso di Marcello Dell’Utri deciderà nei prossimi giorni. La difesa dell’ex parlamentare di Forza Italia è tornata a chiederne la scarcerazione, alla luce del continuo aggravarsi del suo stato di salute. Secondo i periti del tribunale e i consulenti della procura generale, però, le condizioni di Dell’Utri sarebbero compatibili con il carcere. E negativo è stato anche il parere del procuratore generale di Roma, Pietro Giordano.

Dell’Utri: «Non ce la faccio più, sono provato e stanco»

Sulla richiesta di Marcello Dell’Utri, che sta scontando a Rebibbia la condanna a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, i giudici del Tribunale di sorveglianza, dopo aver esaminato i pareri dei consulenti della parti, hanno discusso in un’udienza a porte chiuse per oltre due ore, riservandosi poi la decisione ai prossimi giorni. Attraverso i suoi difensori, gli avvocati Alessandro De Federicis e Simona Filippi, l’ex senatore ha rafforzato la sua richiesta dicendo tra l’altro che «non ce la faccio più, mi sento provato e stanco».

I radicali: «Non paghi per la sua notorietà»

A sostegno della richiesta di scarcerazione si sono spesi anche i radicali, per i quali «lo stato di salute di un detenuto costituisce un accanimento ulteriore rispetto alla detenzione così come prevista dai canoni costituzionali, legali nazionali e internazionali». «Marcello Dell’Utri, il cui stato di salute è oggettivo, come tutti i detenuti noti, rischia di pagare anche il sovrapprezzo della sua notorietà, che rischia di rendere difficile riconoscergli quanto gli è dovuto proprio in quanto detenuto malato», hanno sottolineato in una nota Irene Testa, segretaria dell’associazione “Il Detenuto Ignoto”, e Maurizio Turco del Partito radicale. «È un obbligo trattare Marcello Dell’Utri e tutti i detenuti malati secondo quelle che sono le leggi. Detenuti malati – hanno sottolineato Testa e Turco – che in maggioranza si sono ammalati in carcere, cioè nelle mani di chi perlomeno non avrebbe dovuto creare le condizioni ambientali per lo sviluppo dell’insorgenza e lo sviluppo della malattia».