Anche il film “Gli sdraiati” sbeffeggia la Boldrini. E Serra molla la sinistra snob

Il film, come al solito, non è all’altezza del libro, ma non è colpa del film e nemmeno della regista, Francesca Archibugi: il problema è che il cinema non è quasi mai all’altezza della letteratura nella sua capacità evocativa e nella sublimazione delle sfumatore. Nel caso del best seller di Michele Serra,”Gli sdraiati“, la trasposizione cinematografica offre un buon prodotto commerciale che affronta bene il tema dell’incomunicabilità giovanile, rispetto ai genitori, ma non rende giustizia del tratto ironico che caratterizza il volumetto dell’editorialista di Repubblica. Il quadro narrativo è quello tanto caro a Serra: il contesto intellettuale di sinistra, con la perdta di riferimenti, valori, profeti, nel deserto di idee e di stimoli che sembra caratterizzare il mondo dei giovani d’oggi. Sembra, ma in realtà è una percezione degli adulti in gran parte frutto dell’ansia di razionalizzare un’esistenza che col passare del tempo finisce inevitabilmente per perdere significati interiori.

«Papà è convinto di sapere tutto e vuole spiegarmi tutto, anche quello che non ha capito nemmeno lui», è la frase chiave del film pronunciata dal giovane Tito (infelice riferimento al maresciallo?) a proposito del padre, Giorgio Selva, celebre giornalista televisivo, ricco, snob, di sinistra, divorziato, alle prese con un ragazzo apparentemente avulso, distratto, distante, anaffettivo, pigro. In sintesi, il contrario di quello che Giorgio ricordava di essere o forse crede ancora di poter rappresentare. In un mondo che lui stesso stenta a riconoscere, il papà masochista e frustrato finisce per imputare al figlio la mancanza di progetti, di interessi, di spirito di corpo e di famiglia, come il suo, quello della vita, la passeggiata sul Colle Nasca, esperienza con cui spera di sanare i sensi di colpa di una famiglia da lui distrutta per un’avventura con la governante.

Le facce tristi dei giovani, la noia ostentata, il disinteresse per il mondo degli adulti sono conseguenza inevitabile di un tentativo di spiegare la vita più a chiacchiere che con i comportamenti. Dal punto di vista politico fa sorridere l’autoironia che da sinistra arriva sullo sprezzo sociale che Giorgio riserva ai poveri della periferia, nella quale vive la sua ex amante e la fidanzata del figlio, ma anche lo sberleffo dell’ossessione di Laura Boldrini: la declinazione al femminile delle cariche rivestite. Al primo presidente del Consiglio donna intervistato da Selva (chissà, forse un omaggio involontario al giornalista di destra Gustavo Selva, detto “la belva”), viene posta la fatidica domanda: “presidente” o “presidentessa”? E lei fulmina il conduttore: «Faccia lei, l’importante è che dentro di sè mi percepisca come donna, sono una donna per lei?». La Boldrini avrebbe risposto che non basta.