Fragalà, in aula il “film” delle indagini nei racconti del maggiore Ferrara

Ha ripercorso le indagini svolte dall’inizio e fino ad oggi dai carabinieri. E ha spiegato perché le dichiarazioni della pentita Monica Vitale sul movente “passionale” dell’omicidio dell’avvocato palermitano Enzo Fragalà, il parlamentare di Alleanza nazionale colpito a morte a bastonate da Cosa Nostra, in via Nicolò Turrisi, il 23 febbraio 2010, non convinsero gli investigatori della prima sezione del nucleo investigativo di Palermo e, anzi, furono considerate una pista falsa. Chiamato in udienza al processo per l’omicidio di Enzo Fragalà, per spiegare come si è giunti a identificare i sei mafiosi oggi alla sbarra come i responsabili, a vario titolo, dell’agguato al  parlamentare di An, il maggiore dei carabinieri Dario Ferrara ripercorre quelli che sono stati tutti gli accertamenti svolti dall’Arma fin dal momento in cui arrivarono, quella sera di febbraio, sul luogo dell’agguato in via Nicolò Turrisi, alle spalle del sorvegliatissimo Tribunale di Palermo, sollecitati da alcuni dei 9 testimoni che assistettero in diretta all’aggressione mortale e telefonarono concitati al 112.

Il maggiore Ferrara, che dal 2012 al 2015 ha comandato la Prima sezione nucleo investigativo  dei carabinieri di Palermo da cui dipendevano 3 squadre, una delle quali si occupava espressamente delle indagini sull’omicidio Fragalà ed è, poi, divenuto il comandante dell’intero Nucleo Investigativo, ha risposto alle domande dei pm, Caterina Malagoli e Francesca Mazzocco – il controesame delle difese è previsto il 17 gennaio prossimo – ripercorrendo, come in un film, tutte le attività di indagine.

La pentita Monica Vitale, che si occupava di estorsioni per la famiglia mafiosa di Borgo Vecchio dopo una carriera di ladra partita dai furti negli appartamenti, fino alle truffe messe a segno al Monte dei Pegni, a un certo punto aveva sostenuto che all’origine dell’agguato mortale a Enzo Fragalà vi fosse una punizione, decisa da Cosa Nostra, per “tutelare” l’onore di un cliente dell’avvocato, il ladruncolo Maurizio Russo, la cui moglie avrebbe subìto alcune avances, nella ricostruzione della collaboratrice di giustizia. Un tentativo definito «basso e squallido» dalla famiglia dello specchiato professionista. E accantonato dagli investigatori. Ferrara ha spiegato perché la pista, pur esaminata, fu subito abbandonata.
Intanto perché, ha detto il maggiore, questo è il classico cliché che viene utilizzato, in questi casi, per suggestionare. Ma non è solo questo. Maurizio Russo era un semplice ladro, perdipiù “condannato” da Cosa Nostra perché non versava alla cosca la percentuale dovuta. Tanto che la mafia aveva incendiato due sue macchine e una moto. Ed era stato anche malmenato.
In questo scenario era impensabile, ha spiegato l’investigatore ai pm, che Cosa Nostra, se anche mai stato vero quanto andava sostenendo la Vitale, si sarebbe spesa per difendere l’onore di un ladruncolo che aveva cercato di truffare le famiglie mafiose.

Nonostante ciò, ha spiegato il maggiore Ferrara, furono svolte dai carabinieri  intercettazioni mirate su quella famiglia, intercettazioni che non hanno, però, portato a nulla che potesse riscontrare il movente raccontato dalla Vitale.
Invece il movente di quell’agguato terribile fu individuato nella linea difensiva di sostanziale apertura verso la magistratura che Fragalà aveva adottato per alcuni suoi clienti mafiosi. Un’apertura «assolutamente inconcepibile» per Cosa Nostra. Quella strategia difensiva aveva portato ad alcuni patteggiamenti. E questo aveva irritato enormemente Cosa Nostra per la quale chi arriva ad accettare un patteggiamento è considerato alla stregua di un traditore.
Il maggiore Ferrara ha ricordato in aula come il collaboratore di giustizia Onofrio Prestigiacomo avesse confidato che Fragalà era considerato uno sbirro e che chi aveva lui come avvocato era considerato alla stessa stregua uno sbirro.

Così gli investigatori dell’Arma guidati da Ferrara hanno potuto ricostruire l’escalation che portò all’agguato mortale contro Enzo Fragalà. «Noi – ha spiegato Ferrara – facciamo risalire tutto alla vicenda del mafioso Rotolo e ai due indagati, Fiumefreddo e Marchese”. E’ stata quella vicenda che, agli occhi di Cosa Nostra, ha aggravato la posizione dell’avvocato che consigliava al suo cliente di aprirsi ai magistrati.

Quattro giorni prima dell’aggressione, Fragalà  si era lanciato in una linea difensiva del suo assistito che fu considerata un affronto inaccettabile. E indusse Cosa Nostra a colpirlo.

Il pentito Chiarello ha, poi, raccontato ai carabinieri che proprio Francesco Arcuri, uno dei sei mafiosi oggi alla sbarra, gli aveva confidato, poche ore prima dell’agguato, il motivo dell’aggressione: «Perché dice ca cisti (Fragalà, ndr) era un curnutu e sbirro. Senza spiegarci il motivo. Doveva parlare più poco e non ci toccate né soldi e se ha oggetti, perché lui deve capire che non è una rapina, deve capire che deve parlare poco».

Quelle dichiarazioni di Chiarello – che sarà ascoltato a gennaio in un’udienza che si annuncia particolarmente importante – sono state unite dai carabinieri, per ricostruire il quadro complessivo, ai tabulati delle celle telefoniche alle quali si agganciarono i cellulari degli imputati, alle testimonianze delle 9 persone che, quella sera, erano lì mentre veniva consumata l’aggressione e alle immagini riprese dalle telecamere degli impianti di videosorveglianza dello studio legale Fragalà, della banca Unicredit e del negozio Mail Boxes. A completare il quadro furono i riscontri anche attraverso le intercettazioni che, all’epoca, stava facendo la squadra Mobile di Palermo su alcuni degli attuali imputati coinvolti in altre vicende giudiziarie.