40 anni fa l’omicidio di Angelo Pistolesi. La sua colpa: essere missino

Quello di Angelo Pistolesi fu un omicidio non solo mai risolto, ma dimenticato per moltissimi anni. Non se lo meritava davvero Angelo Pistolesi, missino convinto, entusiasta, corretto, che sacrificava la sua famiglia per il difficile impegno politico nelle difficili sezioni di quel quadrante di Roma che va dal Portuense alla Magliana al Gianicolense. Pistolesi e la sua famiglia pagarono per colpe non loro, ammesso che di colpe si debba parlare, perché anche la partitaccia di Sezze, che portò il Movimento Sociale Italiano sull’orlo del baratro, sarebbe da riscoprire e da riscrivere. E’ doloroso farlo, perché in quella vicenda, accaduta un anno e mezzo prima, morì un altro ragazzo innocente, di appena 19 anni, Luigi De Rosa, appartenente alla Fgci, l’organizzazione giovanile comunista, colpito a morte da un neofascista, Pietro Allatta, alla cui autovettura era stato teso un agguato all’uscita del paese dopo un comizio dell’onorevole Sandro Saccucci, comizio caratterizzato da violenze, scontri scatenati dalle sinistre estreme, colpi di arma da fuoco da entrambe le parti e forze dell’ordine nascoste sotto le auto parcheggiate: in realtà i carabinieri erano soltanto quattro, malgrado si sapesse da giorni che Lotta Continua e altri movimenti violenti di estrema sinistra (ma non il Pci) avessero preparato le contestazioni violente contro il legittimo comizio di un deputato missino.

Ma non è di Sezze che vogliamo parlare, lo faremo in altra sede, ma di Angelo Pistolesi, la cui condanna fu scritta quel giorno. Sì, perché nei mesi successivi il terrorismo rosso colpì i partecipanti missini a quel comizio, sanguinosamente, anche se Pistolesi fu l’unico  a lasciarci la pelle e Saccucci si salvò solo perché espatriò. Ma i comunisti gliel’avevano giurata: e un anno e mezzo dopo, in via Statella al Portuense, un ignoto killer a volto scoperto aspettò Pistolesi sotto casa e lo freddò con tre colpi di pistola al petto. Era il 28 dicembre 1977, dieci giorni prima della strage di via Acca Larenzia, e oggi si può anche pensare che le azioni fossero coordinate, perché nessuno dei responsabili è mai stato individuato e perché l’indiscutibile tecnica militare ha caratterizzato entrambe le azioni criminose. Ma torniamo a Pistolesi: sposato, padre di famiglia, con due bambine piccole, dipendente dell’Enel. Sono le 8,15 del mattino per la precisione, quando Angelo Pistolesi esce da casa per andare al lavoro. Proprio in quel momento Luigi Zampa, il gestore dell’edicola poco distante, sta dando il resto a un cliente quando sente uno strano crepitio risuonare nell’aria, come una scarica di petardi. Gli ultimi botti di Natale, pensa distrattamente fra sé e sé il giornalaio. Non erano botti di Natale. Pistolesi, colpito da tre proiettili sparati a bruciapelo da uno sconosciuto, scivola sul selciato ferito a morte. L’assassino, portato a termine il misfatto, si allontana a passo svelto per scomparire dietro l’angolo. L’edicolante, che ha fatto solo in tempo a vedere Pistolesi cadere a terra, chiama subito aiuto. Qualcuno telefona alla polizia mentre il ragazzo viene soccorso. A caricarlo in auto è un portantino del San Camillo, Franco Graziosi, fratello di Claudio, l’agente di Ps ucciso il 22 marzo dai Nap. Il killer di Angelo ha dimostrato un sangue freddo fuori dal comune, giungendo sul luogo dell’agguato a piedi, in tutta calma e a volto scoperto, per non dare troppo nell’occhio. Percorsi pochi metri, ha aspettato Angelo sotto casa per puntargli la pistola al petto e sparare. Poi, una volta compiuto il crimine, l’uomo ha girato i tacchi ed è tornato sui suoi passi. Stefano Gentili, il nipote del giornalaio, lo ha sorpreso proprio nel momento in cui si disfaceva dei guanti gettandoli in un cortile. Il killer, risalito sulla macchina rubata a Monteverde che aveva parcheggiato in una piazzetta poco distante, prende il volo.

Candidato nella lista missina al Campidoglio nelle elezioni del 1976, Pistolesi come detto aveva svolto campagna elettorale al seguito dell’onorevole Sandro Saccucci. Facciamo un passo indietro: quando Saccucci, alle due di notte di quel maggio 1976, poche ore dopo la tragedia di Sezze, telefonò al segretario del partito Giorgio Almirante per informarlo dei fatti, ancora non sapeva che era morto un ragazzo innocente, perché l’auto con Saccucci, Pistolesi e altri aveva già lasciato il comune di Sezze, mentre l’auto che seguiva, con a bordo Allatta e i suoi figli, era stata intercettata da un gruppo di estremisti di sinistra. Pertanto, né Saccucci né tantomeno Pistolesi erano responsabili di alcunché. Tanto che Pistolesi fu scagionato completamente dal guanto di paraffina anche se qualche settimana di carcere se la fece, completamente innocente. Ma a quei tempi le cose andavano così: si incarceravano i missini e si buttava la chiave e poi, quando risultavano innocenti, venivano rilasciati senza neanche le scuse. A quei tempi il Msi lottava per la propria sopravvivenza, ogni giorno le sue sedi venivano incendiate e bombardate, come quella di Marconi dove era di casa Saccucci, i suoi militanti venivano aggrediti, sprangati, fatti a segno di colpi di arma da fuoco, arrestati. Giornali, istituzioni, magistratura perseguitavano la fiamma tricolore in tutti i modi, centinaia di giovani innocenti furono costretti alla latitanza. Da più parti si invocava lo scioglimento del Msi. Alle elezioni Saccucci, che era ancora candidato, prese qualcosa come 37mila voti. Va anche detto che Saccucci girava armato, perché aveva il porto d’armi, e quella sera a Sezze tirò fuori la pistola e sparò in aria, per consentire ai missini di abbandonare la piazza dove erano stati imbottigliati dai militanti della sinistra. Saccucci ha raccontato che mentre stava parlando le sinistre iniziarono un lancio di oggetti contro il palco e a un certo punto spararono anche tre colpi di pistola contro l’oratore. A questo punto e per questo Saccucci scese dal palco e sparò in aria. Si potrebbe obiettare che un deputato non debba girare armato, ma a quei tempi era l’unico modo per uscire vivi dalle violenze della sinistra, anch’essa armata. Ma è un discorso che ci porterebbe troppo lontano. Quello che emerge da questa vicenda è che Pistolesi era completamente innocente da tutto, la sua colpa era di avere un’idea politica e di lottare per essa. A sua moglie e alle sue figlie, oggi grandi, ci piacerebbe poter dire che il loro padre era un uomo onesto, coraggioso, generoso e che ci sono ancora oggi persone che lo ricordano con affetto, e con la rabbia di chi ha visto in che modo fu trattato, con diffamazioni sui giornali e con indagini che non sono mai approdate a nulla. Alla luce di tutta questa vergognosa mobilitazione mediatica, a 40 anni dal fatto di sangue di cui oggi si celebra la ricorrenza, degli assassini di Pistolesi, dei mandanti, dei complici, ancora oggi non è stata trovata – ma neppure cercata – nessuna traccia. In compenso, quel giovane risulta essere una delle poche vittime degli anni di piombo sulla quale è calata una spessa cortina di silenzio.