Viaggio apostolico con diktat: “Il Papa non pronunci la parola rohingya”

Papa Francesco è arrivato poco prima delle 8 (13.30 ora locale) all’aeroporto internazionale di Yangon in Myanmar. È iniziato così il suo 21° viaggio apostolico che lo porterà in Bangladesh. L’Airbus A-330 dell’Alitalia è decollato domenica sera alle 22 dall’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma. Ad accogliere il Papa a bordo dell’aereo, il nunzio apostolico monsignor Paul Tschang In-Nam e il capo del protocollo. Ufficialmente allo scalo di Yangon il Papa è stato accolto da un  ministro. Presenti i vescovi del Myanmar e un centinaio di bambini e gruppi etnici in abito tradizionale. L’accoglienza prevedeva solo la rassegna della Guardia d’onore, senza discorsi. Il Papa, come riporta Radio Vaticana, si è quindi diretto all’arcivescovado di Yangon nella residenza che lo accoglierà nel corso della sua permanenza in Myanmar. Dopo la celebrazione della Messa in privato, è prevista la cena e il pernottamento. Né il Premio Nobel per la pace Aung San Su Kyi né il presidente della Reubblica hanno ricevuto il Papa.

La giunta proibisce la Papa di parlare dei Rohingya

L’incognita che pesa sul suo viaggio è quello realtivo alla comunità musulmana del Rohingya, perseguitata dalla giunta militare di sinistra che da decenniopprime la Birmania. Il papa è stato invitato a non parlare di quel dramma, perché ci potrebbero essere conseguenze su quel popolo. Rinuncerà il papa a dire una parola in difesa degli oppressi e dei perseguitati? E colui che vuol mettere il bavaglio alle parole del papa è proprio l’arcivescovo di Yangon, evidentemente intinidito o peggiodalla giunta militare birmana. “Ho avvertito il Papa: gli ho detto che sia il governo che i militari ma anche la gente in generale, soprattutto gli appartenenti alla Polizia, non gradiscono questo termine, rohingya. Speriamo che non usi questa parola perché ha un’accezione molto politica, è un termine contestato”. Lo afferma incredibilmente a Tv2000 il cardinale Charles Maung Bo arcivescovo di Yangon, in merito al viaggio apostolico di papa Francesco in Myanmar e Bangladesh. Tra i temi più delicati che attendono il Pontefice, infatti, c’è proprio quello riguardante la persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya in difesa dei quali Jorge Mario Bergoglio ha già lanciato diversi appelli. “Se si usa questa parola – spiega Bo – vuol dire che si sposa completamente la loro causa. Anche se io ho cercato di spiegare che se dovesse usare quella parola questo non vuol dire che il Papa vuole interferire nella politica interna birmana ma semplicemente lo fa per una particolare simpatia verso queste persone che stanno soffrendo; potrebbe farlo ma solo per indicare di chi stiamo parlando”. Sottolinea ancora il cardinal Bo: “Il Papa sarà qui per essere vicino ai poveri e agli emarginati. Non a caso, il Bangladesh e il Myanmar sono nazioni povere. Lui verrà qui dove i cattolici sono appena l’1% della popolazione. Poi andrà in Bangladesh dove sono addirittura meno dell’1%. Ma il Papa non viene solo per i cattolici ma per tutti, sia qui che in Bangladesh. Io e gli altri vescovi cattolici, ma direi anche i buddisti e i musulmani, siamo tutti emozionati. Anche il governo, i militari, sono tutti emozionati per la visita di Papa Francesco: tutti qui in Myanmar hanno grandi attese da questa viaggio del Pontefice”. Questo cardinal Bo dimentica che i rohingya sono proprio tra i più poveri ed emarginati. Papa Francesco, spiega ancora il cardinale Bo, incontra un Paese molto complesso: “Innanzitutto va detto che abbiamo avuto (e ancora è al potere) un regime militare per 60 anni. Due anni fa è stato eletto un governo civile e Aung San Suu Kyi è stata nominata consigliera di Stato. In questo momento direi che esistono due governi: uno civile con spazi e poteri molto limitati e l’altro quello militare che ha il 25% dei rappresentanti in Parlamento e che controlla 3 ministeri chiave: Difesa, Interno e Affari di frontiera. I militari hanno ancora molto potere”.

Chissà se il Papa pronuncerà la parola “Karen”

Papa Francesco però incontrerà, per così dire privatamente, lontano dai riflettori, una delegazione dei rohingya. Altro tema fondamentale, prosegue l’arcivescovo di Yangon, “è che per circa 60 anni vari gruppi etnici presenti in Myanmar hanno combattuto contro i militari. Una guerra civile, una delle più lunghe al mondo; Tutto questo pesa ancora sulla politica attuale birmana. Ci sono ancora tante persone nei campi profughi, non hanno accesso ai servizi essenziali. E questa è una questione che presenteremo al Santo Padre”. E dunque, “c’è la questione di quelli che si autodefiniscono Rohingya, 500.000 persone che sono fuggite in Bangladesh. C’è stata qui un escalation delle violenze quando i guerriglieri dei Rohingya hanno attaccato 30 autobus della polizia e da allora il governo ha risposto con durezza e in modo molto violento”. È ovvio che l’arcivescovo di Yangon non sposa la causa del Rohingya. Quanto ad Aung San Suu Kyi, per il cardinale Bo “è il punto di riferimento del governo civile. La comunità internazionale non riesce a comprendere il fatto che il suo ruolo politico e giuridico è molto limitato. Il Papa la incontrerà, come farà con tutte le altre autorità. So che in molti la hanno criticata sulla questione Rohingya, ma chi lo fa non si rende conto che i suoi poteri sono molto limitati, perché ci sono i militari”. Il cardinal Bo, che evidentemente parla sotto dettatura della giunta militare birmana, dimentica l’altra comunità oppressa dai militari in Birmania, quella dei Karen, perseguitati da oltre mezzo secolo e che ogni giorno combattono la loro battaglia contro le forze della repressione. I Karen sono oltre dieci milioni oltre a quelli della diaspora, quindi non si tratta di una minoranza insignificante in Birmania.