Usa, in Virginia, New Jersey e New York i dem cercano la rivincita

Oggi torneranno a votare gli elettori di Virginia e New Jersey per eleggere i governatori e i Congressi locali dei due Stati, in elezioni che, a un anno esatto dalla vittoria dell’8 novembre scorso, vengono considerate una sorta di test elettorale per Donald Trump ed il suo programma di governo. E si vota anche per il sindaco di New York, dove appare scontata la rielezione del democratico Bill de Blasio. E una prima indicazione arriva dal fatto che Trump, che arriva a festeggiare il primo anniversario della vittoria con un tasso di popolarità al 37%, il più basso per un presidente in carica al primo anno di mandato, è stato visibilmente assente dalle campagne elettorali in questi due Stati. Un’assenza che diventa particolarmente eclatante in Virginia, dove i due candidati appaiono impegnati in un accanito testa a testa. E’ la prima volta dei tempi di Richard Nixon, assediato dallo scandalo Watergate, che un presidente non fa campagna per il governatore che praticamente ospita la capitale. Dalla Casa Bianca si sottolinea che quest’assenza è dovuta a un’espressa volontà di Trump, che non avrebbe mostrato interesse per queste elezioni. In realtà, sottolinea Politico, avrebbe molto a che vedere con il candidato repubblicano, Ed Gillespie, un lobbista legato all’establishment Gop, ed ex consigliere di George W. Bush. Insomma, un curriculum che da solo spiega la diffidenza verso l’attuale presidenza. Ma, rivela ancora Politico, a spingere lo staff del candidato repubblicano a reagire in modo tiepido alle offerte di sostegno arrivate dalla Casa Bianca è stata anche l’analisi dei sondaggi che mostravano come l’effetto Trump sarebbe potuto essere controproducente. Se il presidente infatti è molto apprezzato nel sud rurale e conservatore dello stato, invece è estremamente impopolare nel sobborghi liberal del nord. A puntare invece sul voto liberal della Northern Virginia è, ovviamente, il democratico Ralph Northam, pediatra 58enne che è vice governatore dal 2014. I democratici guardano poi con grande interesse all’elettorato afroamericano, sperando che dopo le violenze suprematiste bianche la scorsa estate a Charlotte, gli elettori neri possano tornare alla urne nelle percentuali degli anni dell’era Obama. Meno accanito il duello in New Jersey dove Phil Murphy, l’ex Goldman Sachs ed ex ambasciatore candidato dai democratici, viene dato dai sondaggi in testa sulla vice governatore Kim Guadagno. Una sua vittoria riporterebbe i democratici al controllo pieno dello Stato finora guidato da Chris Christie, il repubblicano italoamericano fino a qualche anno fa considerato una stella in ascesa del partito ed ora azzoppato da scandali interni – finisce il mandato con una popolarità al 20% – e dall’esclusione dalla squadra di Trump al fianco del quale, stupendo molti, si era schierato. Scontato anche il risultato delle elezioni per il sindaco di New York, con il democratico Bill de Blasio che spera però di vincere la scommessa di trasformare quella che si prevede come una rielezione a valanga in un grande messaggio anti-Trump a livello nazionale. E, in uno dei suoi ultimi discorsi della campagna elettorale, non ha esitato a parlare di rivincita per la sconfitta dello scorso anno. “La ragione migliore per andare a votare il 7 novembre è quello che è successo l’8 novembre dello scorso anno – il sindaco che guida la resistenza dei primi cittadini democratici alle politiche, soprattutto in materia di immigrazione e di clima, di Trump – milioni di persone non sono andate a votare e la mattina dopo hanno avuto un brusco risveglio, veramente brusco”.