Serata per la libertà col generale Karen: “Lottiamo per la nostra identità”

Si è svolta a Roma una “serata di libertà” in solidarietà con il popolo Karen, etnia minoritaria della Birmania perseguitata da decenni dal regime militare comunista di Rangoon. La serata è stata organizzata dalle associazioni di volontariato Popoli e Solid, che da anni effettuano missioni in Birmania per aiutare i Karen, spinti sempre più nella giungla dall’esercito birmano. I Karen sono un’etnia di ben dieci milioni di persone (su 52 milioni di birmani), più la diaspora, che si ritiene di circa 200mila, presente soprattutto negli Stati Uniti, Canada, Australia e nei Paesi viciniori come la Thailandia. Alla serata ha partecipato il comandante in capo delle forze Karen, generale Nerdah Mya, che ha illustrato la difficile situazione del suo popolo in Birmania. I progetti e le missioni effettuate sono state raccontate dal responsabile di Popolo Franco Nerozzi, ormai un veterano della Birmania e dal responsabile di Solid Alberto Palladino, tornato recentemente da una di queste missioni di solidarietà. Sono oltre dieci anni che le due associazioni hanno sposato la causa del popolo Karen, i viaggi sono continui, perché i Karen hanno bisogno di tutto: ospedali, scuole, villaggi, condotte d’acqua, macchinari, mezzi. E la costruzione della loro comunità si svolge con il continuo incubo delle incursioni dell’esercito birmano, per cui i Karen tengono in una mani la zappa e nell’altra il fucile. Il generale Mya è figlio del generale Bo Mya, colui che per anni aveva guidato la rivolta dei Karen contro Rangoom, un personaggio leggendario per il suo popolo. Bo Mya, ha raccontato Franco Nerozzi, aveva sognato per il figlio un destino diverso da quello di guerriero della boscaglia: lo aveva mandato a studiare in Thailandia, e poi negli Stati Uniti. Ma il peggiorare della situazione in patria, le continue persecuzioni del suo popolo, hanno richiamato Nerdh Mya in Birmania, dove ha preso il posto del padre nella lotta per la libertà e l’identità. Con parole pacate il generale ha spiegato al pubblico che i Karen nel corso di questi anni hanno detto “no” alle lusinghe, alle promesse, ai falsi accordi formulati dal governo, che voleva sottometterli, e che per farlo ha provato anche a dividerli. Neanche l’avvento al potere del premio Nobel perla Pace Aung san Suu Kyi è riuscita a cambiare la situazione, perché la sua voce non è abbastanza forte per sovrastare quella del regime militare. Alberto Palladino di Solid, che ha fornito le foto per questo servizio, ha reso noto che i Karen sono strutturati come un piccolo Stato: hanno i loro ministeri, in capanne di bambù, il loro esercito, la loro struttura amministrativa, ereditata dal governo britannico di cui la Birmania era colonia. E così la guerra continua, ha detto il generale Mya, fino a che la nazione Karen non sarà libera e indipendente. “Ringrazio gli italiani di Popoli e di Solid – ha detto il generale – perché hanno capito che noi stiamo lottando per il nostro futuro, per l’autodeterminazione, e conme loro combattono la loro battaglia politica nelle strade d’Italia, noi la combattiamo nella giungla. Ma gli ideali sono gli stessi, la libertà e il poter vivere secondo le nostre tradizioni”. Il generale ha anche ricordato che combattono da oltre 70 anni contro chi vorrebbe cancellargli la loro identità culturale. “I birmani non ci hanno piegato militarmente eora stanno entando altri mezzi. Ma noi non cederemo. Non saremo mai schiavi”, ha concluso il generale Karen. I negoziati vanno avanti, ha concluso il genrale Mya, ma noi non ci fermeremo finché non avremo0 ottenuto quello che chiediamo. Nel corso della serata sono stati anche mostrati video delle missioni di solidarietà degli italiani di Solid e Popoli nelle foreste birmane.

(Foto Alberto Palladino)