Renzi è in un covo di vipere. E c’è già il nome per farlo fuori

«Non m’importa dei soldi che hai perso al gioco, mi preoccupa che tu voglia rifarti», disse un padre premuroso al figlio scapestrato ansioso di rivincita al tavolo verde dopo una notte di batoste. Una metafora che ben s’attaglia al clima che si respira del Pd, i cui maggiorenti – Franceschini e Orlando su tutti – sono sì pure loro mezzo tramortiti dal disastro siciliano, ma soprattutto sono spaventatissimi dall’idea che Renzi rilanci alzando la posta, come già lascia credere la sua ansia da prestazione in vista del simil-duello tv con il grillino Di Battista. Nelle intenzioni dell’ammaccato leader del Pd, il confronto di Ballarò è l’occasione per riconquistare la centralità perduta. Nella realtà, rischia di trasformarsi nella consacrazione della sua sopravvenuta marginalità. Non che questo freghi più di tanto ai ras di Largo del Nazareno, che certo non verserebbero lacrime di fronte a un Renzi dimezzato nell’imminenza delle elezioni politiche e con le liste di candidati da compilare. A metterli in allarme è semmai la prospettiva di un Renzi che pretendesse di uscire dalla palude tirandosi per i capelli come il barone di Münchausen. Fuor di metafora, a far paura è un Renzi ancora lanciato all’inseguimento dell’elettorato grillino e del tutto indisponibile a ricucire la tela dell’alleanza a sinistra. Per chi nel Pd si è convinto che le prossime elezioni politiche si risolveranno in una sfida tra centrodestra e M5S, Renzi è ormai il passato. Quel che conta, per costoro, è un’uscita ordinata dalla crisi recuperando già in questo scorcio di legislatura un rapporto con gli altri spezzoni della sinistra, soprattutto con il presidente del Senato Pietro Grasso, non a caso indicato dai renziani come il vero artefice della sconfitta in Sicilia. Non c’è dubbio che su questa strada Renzi rappresenti oggi un ingombro. E tutto lascia presagire che rimuoverlo sarà solo una questione di tempo.