Mussolini salvò l’ultima dimora di Pirandello: un inedito documento storico

Fu Benito Mussolini, dopo la morte di Luigi Pirandello (1867-1936), ad “ovviare a una jattura” che avrebbe potuto “arrecherebbe un cocentissimo dolore” ai figli dello scrittore e drammaturgo Premio Nobel. Ovvero impedire che la sua ultima dimora a Roma, il villino di via Bosio (“un appartamentino consistente soltanto di un grande studio e della camera da letto col bagno”) fosse venduta  o acquistata da qualche ministero fascista e quindi sottratta agli  eredi dell’autore di “Il fu Mattia Pascal”.

Sono i carteggi della Segreteria Particolare del Duce, conservati  all’Archivio Centrale dello Stato a Roma, a rivelare questa vicenda.  La ricostruzione si deve alla storica Ada Fichera, autrice del libro  “Luigi Pirandello. Una biografia politica”, appena uscito dalle Edizioni Polistampa.

“Dopo la morte di papà decidemmo di mantenere come si trovava la Sua ultima dimora e rinnovammo il contratto d”affitto col proprietario della palazzina”, scrisse il figlio Stefano Pirandello a Osvaldo Sebastiani, segretario particolare del Duce, in una prima lettera datata 23 luglio 1939 che chiedeva di intervenire per risolvere la questione.

In un primo momento, il proprietario era interessato a vendere lo stabile, ma convinse a rinnovare agli eredi Pirandello il  contratto d’affitto, ma solo “mese per mese”, come racconta il figlio Stefano aSebastiani. Dopo breve tempo, la palazzina viene acquistata  dallo Stato, per il Ministero delle Corporazioni, e i figli di  Pirandello, di fatto, se ne rallegrarono, pensando che la conservazione della dimora in cui il padre aveva per tanti anni lavorato e dove aveva esalato il “Suo spirito” fosse ormai cosa assicurata.

Infatti Stefano scrisse al ministro della Cultura popolare, Dino  Alfieri, proponendo due modi di conservare quelle memorie: o lo Stato  poteva accettare dagli eredi la donazione “di quanto è contenuto nell’appartamentino impegnandosi a serbarlo come si trova”; oppure lo  Stato poteva seguitare a concedere ai figli in affitto l’appartamento.

Ma la risposta del ministro delle Corporazioni, Ferruccio Lantini,  interessato da Alfieri in questo senso, fu, per gli eredi di Pirandello, scoraggiante, poiché  la palazzina era destinata a un  ufficio (quello dei pesi e misure) la cui attività era certamente in stridente contrasto con la conservazione di “cimeli di natura  spirituale”; inoltre l’ufficio aveva ovviamente bisogno di tutto lo  spazio che costituisce lo studio e la camera di Pirandello.

La risoluzione finale e determinante sarà poi opera del Duce in  persona. Non vi è di fatto, nei fascicoli conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, il documento che ce ne possa dare  diretta testimonianza, “ma ne abbiamo comunque certezza”, sottolinea  la storica Ada Fichera, poiché esista un successivo Appunto per il  Duce (purtroppo non datato), che troviamo invece nel fascicolo  “Segreteria Particolare del Duce”, nel quale, chiedendo ulteriore suo  intervento per una questione relativa a debiti demaniali dovuti dai  Pirandello per l’occupazione del medesimo appartamento di via Bosio a  Roma, si cita proprio la vicenda del “salvataggio” del suddetto e la  querelle con il Ministero delle Corporazioni da lui risolta: “La  questione venne a Voi, Duce, sottoposta dal Ministero delle  Corporazioni, e Voi Vi compiaceste ordinare che i locali stessi  fossero lasciati a disposizione degli eredi Pirandello”.