Ma perché Renzi ha preso il treno? Mica è Omar Sharif nel Dottor Zivago…

Ridotto ormai a farsa, il tour di Renzi in treno ricorda sempre più da vicino le parodie di certi film ambientati sui vagoni. E il treno, set gettonato nel cinema quanto microcosmo simbolico di molte opere letterarie, con il segretario del Pd è diventato uno spazio metafisico tra grottesco e lo “sdrammatico” in cui limiti e beffe della propaganda politica deragliano sui binari della contestazione di piazza: puntualmente ogni volta, ad ogni tappa, ad ogni partenza, superando in tempismo e precisione, persino i cartelloni elettronici con orari e destinazioni presenti in stazione

Quel treno di Renzi deragliato sul binario della parodia

Il treno, dunque, che Renzi ha scelto come luogo ideale per “ravvivare” il dialogo con i suoi elettori in tutta Italia, non sfugge a un destino di metafora, in cui l’itinerario attraverso il Belpaese ha come traguardo un nuovo punto d’incontro con gli elettori, ma che nel caso dell’iniziativa dem, approda ogni volta al binario della recriminazione. E allora, viene da chiedersi: quale dei tanti convogli ferroviari è più assimilabile a quello renziano? Train de vie, forse? Beh, lì si trattava d’incuneare la cifra di un umorismo dell’assurdo nel contesto di una tragedia planetaria, e qui, nel caso di Renzi, a volte si toccano note non tanto dell’umorismo, quanto della farsa: ad esempio, quando, nel tour tra Veneto e Trentino, ci si lancia in affermazioni del tipo «nel 2018 raggiungeremo il PIL della Germania». Ma non è lo stesso personaggio che aveva pronosticato la vittoria della nostra nazionale di calcio ai mondiali di Russia? C’è poi un altro treno, immortalato in letteratura e al cinema: quell’Orient Express, teatro di una graduale strage di protagonisti e comprimari. E qui, per fortuna soltanto in chiave metaforica, siamo forse più vicini alla realtà renziana: quella che con il metodo della rottamazione è riuscita ad eliminare protagonisti (soprattutto) e comprimari dalle leve di comando del Partito Democratico…

Ad ogni stazione un fischio, un’accusa, un flop

E ancora, c’è il treno di Mezzogiorno di fuoco, dove però lo sceriffo buono – un intramontabile Gary Cooper – vaga fra i luoghi di ritrovo del paese, alla ricerca di alleati con cui affrontare la banda di gangster, i quali si trovano invece sul treno che sta per arrivare. Ditemi voi a quale fra questi personaggi si attaglia la figura di Renzi, se a quelli sul convoglio o a quello, rimasto solitario, in stazione… E molti altri esempi si potrebbero fare, ma limitiamoci a quest’ultimo: chi non ricorda la locomotiva imbandierata che conduceva i vagoni con il terribile Strelnikov, tra i più temuti capi militari della rivoluzione bolscevica, ne Il Dottor Zivago? No, avete ragione: in quel caso, sul treno viaggiavano gli ideali del comunismo, finito su di un binario morto, e non le tattiche di un leader in difficoltà, costretto a dire tutto e il contrario di tutto ad ogni stazione… E a incassare i fischi della piazza tributati – quelli sì – con puntuale e proverbiale regolarità.