La vendetta di Bersani contro Renzi: isolarlo nei collegi e far vincere il M5S

In principio fu la diretta streaming con annesso disastro d’immagine per il povero Bersani. Ricordate? Era l’alba della legislatura ora al tramonto e l’allora leader del Pd pensava all’apporto grillino per volgere a proprio favore la «non vittoria» uscita dalle urne. Ma l’azzardo gli costò caro. I Cinquestelle, infatti, l’incontro lo accettarono ma solo a condizione che fosse senza veli, cioè pubblico e trasparente come acqua di fonte. Bersani accettò e ne restò umiliato. Tanto da dover rinunciare prima all’incarico di formare il governo, che fu infatti affidato a Enrico Letta, e poi la segretaria dove invece si affermò Matteo Renzi. Nessuno più di lui, quindi, dovrebbe avercela a morte con i vari Grillo, Di Maio e Di Battista.

È dal 2013 che Bersani insegue i grillini

E invece no. Bersani non solo ha sempre detto di aver visto lungo, ma in tutti questi anni ha scavato come una talpa per tenere sempre aperto e attivo un canale con il M5S. E ora, stando almeno ad un retroscena del Giornalepare che gli sforzi fatti e le umiliazioni patite stiano per essere ripagati. Tutto merito (o colpa) degli eventi che in pochi mesi hanno terremotato lo scenario politico: scissione del Pd e nascita, proprio per iniziativa dello stesso Bersani e di Massimo D’Alema di Mdp, nuova legge elettorale e sconfitta di Renzi in Sicilia. Messi l’uno dietro l’altro sembrano altrettanti tasselli di un disegno che riallinea Bersani a Grillo, seppur a ruoli invertiti rispetto al 2013: questa volta, infatti, toccherà al primo, ammesso che il suo partito superi il 3 per cento, fornire al secondo i voti per governare, sempre che il M5S riesca ad ottenere l’incarico di formare il nuovo esecutivo dopo le elezioni. Indizi in tal senso non mancano: durante le recenti elezioni siciliane, Bersani è stato avvistato a Palermo in un clima di grande cordialità con Di Battista. Un incontro occasionale, certo.

Prove tecniche di alleanze a Ostia e sul Jobs Act

Ma è un fatto politico la dichiarazione di appoggio di Mdp ai Cinquestelle al ballottaggio di Ostia. Appoggio che i grillini ricambieranno votando la mozione Mdp per l’abolizione del Jobs Act e la reintroduzione dell’articolo 18. Tutta merce gradita alla sinistra. L’obiettivo, infatti, è isolare Renzi dicendo no alle alleanze con il Pd nei collegi uninominali per favorire i candidati Cinquestelle. Infine, la carta Grasso. Abbandonando il Pd per la doppia fiducia imposta sulla legge elettorale, il presidente del Senato ha guadagnato punti agli occhi di Di Maio e compagni. E Grasso è il leader cui Bersani pensa per riverniciare la facciata del suo Mdp troppo ipotecata dal beffino di D’Alema. Ma è anche la prima carta da spendere per il Quirinale, la cui scadenza cadrà nella prossima legislatura. Fantapolitica? può darsi. Comunque sia, di tutto si può accusare Bersani tranne che di essere stato sleale con Renzi: quante volte lo ha avvertito dell’arrivo della «mucca nel corridoio». Solo che Renzi pensava a Berlusconi. La «mucca», invece, era proprio lui: Bersani.