La chiesa ortodossa: quello dei Romanov fu un “omicidio rituale”

A quasi cento anni dalla loro frettolosa uccisione da parte dei bolscevichi nel seminterrato della casa di un mercante di Ekaterinburg alle prime ore del 17 luglio del 1918, e dopo anni di indagini ed esami sui resti dello zar Nicola II e della sua famiglia, non quindi solo su quelli dello zarevich Aleksei e della sorella Maria ancora in attesa di sepoltura, la Chiesa ortodossa russa continua a non accettarne le conclusioni. Lo ha dichiarato il Patriarca di Mosca e di tutte le russie Kirill, nel suo intervento alla conferenza “il caso dell’uccisione della famiglia reale: nuovi esami e documenti. Un dibattito”, organizzato al monastero di Sretensky di Mosca. Per la Chiesa quindi il caso rimane aperto: quanto stabilito fino a ora dagli esami del Dna è giudicato insufficiente e i resti ritrovati a Ekaterinbug potrebbero anche non essere quelli della famiglia Romanov (Nicola, la moglie Alexandra Feodorovna e i figli Olga, Tatiana, Maria, Anastasia and Alexei) nel frattempo, nel 2000, canonizzata. I loro resti potrebbero essere stati completamente bruciati, ha aggiunto il Patriarca. Kirill è arrivato a proporre l’invio di una missione di esperti in India, a Varanasi, per studiare a fondo le tecniche di cremazione e quindi offrire una spiegazione accettata. Dal riavvio dell’inchiesta sollecitata dalla Chiesa – che non autorizza la sepoltura dei resti di Aleksei e Maria ritrovati solo nel 2007 non riconoscendo la validità dei test genetici che ne confermano l’identità – e condotta dalla commissione inquirente russa del settembre del 2015, sono stati richiesti 34 esami forensi e interrogate come testimoni oltre 20 persone, sono stati esaminati con cura i diversi luoghi in cui sono stati ritrovati i resti e sarà effettuato anche “un esame psicologico e storico” per determinare se possa essersi trattato di un omicidio rituale, ha reso noto l’inquirente incaricata delle indagini, Marina Molodtsova. Ed è proprio in favore di questa spiegazione che si è espresso il vescovo Tikhon, segretario della Commissione patriarcale per i risultati degli studi sui presunti resti imperiali nonché consigliere spirituale di Vladimir Putin: “Stiamo considerando la versione dell’omicidio rituale nel modo più serio. Ma non solo, un gruppo considerevole della commissione della Chiesa non ha alcun dubbio su questa spiegazione”, ha dichiarato, sottolineando, con l’equazione fra bolscevichi e satanisti implicita, che “il solo fatto che qualcuno abbia ucciso lo zar, anche se dopo la sua abdicazione, in questo modo e che gli assassini si siano divisi le vittime – la testimonianza di Yuroski (il capo del gruppo di bolscevichi che guidò l’esecuzione, ndr) – e che erano in molti a voler essere gli assassini dello zar, dimostra che consideravano l’omicidio come un rituale particolare”. Nei prossimi giorni, ne discuterà il sinodo dei vescovi. Il primo a indagare sulla morte dei Romanov era stato ai primi anni Venti l’ufficiale dei Bianchi, Nikolai Sokolov – i Bolscevichi avevano perso il controllo di Ekaterinburg nel luglio del 1918 – e la sua conclusione era stata che tutti i componenti della famiglia imperiale, uccisi insieme al medico di corte, la cuoca e due camerieri, erano stati bruciati, hanno ricordato gli esponenti della Chiesa, orientati al recupero di questa versione. Sokolov sosteneva di aver ritrovato i loro resti a Ganina Yama, una versione smentita da quattro diverse ricerche genetiche la cui validità la Chiesa respinge, mentre ogni anno migliaia di persone si recano in pellegrinaggio al sito (la spiegazione accettata dagli storici è che i bolscevichi portarono i corpi in una fossa a Ganina Yama, dove li hanno cosparsi di acido e hanno dato loro fuoco, e che in seguito hanno trasferito le ossa a qualche chilometro di distanza, a Porosenkov, nella foresta di Koptyaki). Una prima volta nel 1979 e poi infine nel 1991, erano stati ritrovati i resti attribuiti ai componenti della famiglia reale nella foresta. Nel 1998 erano stati sepolti (tutti a eccezione dello zarevich Aleksei e di Maria, ritrovati separatamente e non accettati dalla chiesa malgrado gli esami condotti da una commissione del governo) nella Fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo, nella tomba dei Romanov (l’allora patriarca Aleksei non si era presentato alla cerimonia). A cento anni dalla Rivoluzione, il dibattito rimane incentrato sui resti dei protagonisti, sia il destino di Lenin sulla Piazza Rossa, che quello dei componenti della famiglia imperiale in bilico fra reliquia e materiale d’archivio.