Ian Smith, il re bianco che fece dello Zimbabwe la “Svizzera d’Africa”

Il pensiero unico politicamente corretto dagli anni Cinquanta in poi ci ha contrabbandato una serie di stereotipi falsi. Uno di questi era che i bianchi in Africa erano i colonizzatori, i padroni, che sfruttavano quel territorio e opprimevano quelle popolazioni. Nulla di più falso. E la prova è che da quando l’Africa è “libera”, è precipitata in un abisso senza ritorno, e così i popoli che la abitano e che se ne vogliono andare. E la storia di Ian Smith, il più grande statista africano insieme a Moise Ciombè, dimostra che con l’Africa negli ultimi cinquant’anni si è sbagliato tutto: e Onu, Ue e tutto l’Occidente sono i soli responsabili della tragedia africana.

Ian Smith non era un colono ma un africano

Ian Smith non era un colonialista oppressore, un bianco venuto dal nord per sfruttare l’Africa. No, lui era uno di loro, un africano, della tribù dei bianchi. Era infatti nato a Selukwe, nel Matabeleland, nel 1919, da una famiglia di agiati farmer bianchi. Agricoltore, pilota da caccia, uomo politico africano, fu quello che dichiarò unilateralmente l’indipendenza della Rhodesia dal Regno Unito nel 1965, riuscendoci. Altro che quei pagliacci antifascisti della Catalogna. Ian Smith è il simbolo e la metafora di come l’Africa avrebbe potuto essere salvata, di come oggi potrebbe essere il continente più ricco e prospero del pianeta, col quale tutti dovrebbero fare i conti. Ma questo Unione Sovietica e Stati Uniti non potevano permetterlo. E non lo permisero, organizzando e realizzando quella decolonizzazione affrettata, mascherandola con nobili quanto fasulli sentimenti e motivazioni, che ha portato l’Africa nella catastrofe dalla quale non sarebbe mai più uscita, come stiamo vedendo con i nostri occhi. La sua storia, in breve, è questa: studiò in Rhodesia e compì gli studi universitari in economia nell’università rhodesiana in Sudafrica. Quando si stava per laureare, scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. Smith si arruolò volontaria con le truppe rhodesiane e combatté a fianco dell’esercito di Sua Maestà. Divenne pilota da caccia e partecipò a molte azioni di guerra in Medio Oriente e in Europa, fino a quando, nel 1944, fu abbattuto nei cieli di Alessandria, in Piemonte, e si salvò lanciandosi col paracadute sulle montagne del Savonese. Rimase ferito e fu accolto dai partigiani liguri insieme ai quali partecipò alla resistenza. Tornato in patria, avviò una fattoria e divenne il deputato più giovane della Rhodesia. È considerato unanimemente un uomo di grandi integrità e rigore, uniti a una visione lucidissima dell’Africa. Nel 1962 abbandonò i conservatori perché troppo filo britannici e fondò il Fronte Rhodesiano, che si proponeva l’obiettivo, centrato, dell’indipendenza dalla Corona e della gestione della Rhodesia da un governo formato principalmente da bianchi.

Ian Smith voleva coinvolgere i neri nella gestione del Paese

Ian Smith però favorì in ogni modo la progressiva partecipazione e il coinvolgimento dei rhodesiani neri nella gestione della cosa pubblica. Nel 1964 divenne primo ministro e nel 1965, poiché Londra traccheggiava, dichiarò unilateralmente l’indipendenza della Rhodesia. Rifiutò sempre di avere a che fare con l’Oua, l’Organizzazione dell’Unità africana, purtroppo ancora esistente, che definiva un “sordido circolo di dittatori”, cosa che in effetti era ed è ancora oggi in massima parte. L’Onu reagì come fa sempre: imponendo le sanzioni alla Rhodesia, che ebbe così l’onore si essere il primo Paese al mondo a subire questo trattamento. Ma la Rhodesia fu aiutata dai Paesi amici, Sudafrica, Portogallo, Spagna, qualche Stato dell’America latina e le sanzioni non ebbero alcun effetto sulla compatta nazione rhodesiana. Smith riteneva che i bianchi avessero il dovere di governare il Paese che essi stessi avevano contribuito a creare, anche per il loro essere super partes nelle lotte tribali che devastavano e devastano l’Africa ancora oggi. Ma non era un razzista, era un teoreta della crescita delle comunità parallele e separate, in cui ogni etnìa avrebbe potuto rispettare le proprie tradizioni senza contaminazioni imposte dall’alto. Si trattava di una forma di apartheid sul modello sudafricano, e trovò anche consensi tra le diverse etnìe, tranne quella degli shona (quella di Robert Mugabe) che organizzarono una guerriglia sanguinaria con i soldi dell’Urss e di Cuba. Così, contemporaneamente all’inserimento dei neri nella gestione del Paese, si sviluppò una forte guerriglia poiché i potenti della Terra non potevano assistere al rapido sviluppo di unja nazione che, a differenza degli altri Stati africani, era ricca e prospera.

Con Mugabe iniziò la fine dello Zimbabwe

Nel 1979, anche per l’intervento della Gran Bretagna, Smith si dimise e il Paese fu chiamato Zimbabwe mentre il parlamento diventava multirazziale, cosa che lo stesso Smith aveva auspicato. Smith lasciò il posto di premier al nero Muzorewa, suo estimatore, in base al principio dell’alternanza della leadership caldeggiato da Smith. Intanto Mugabe, definito da Smith semplicemente “un folle”, con i soldi di Mosca aveva messo insieme mercenari che misero a ferro e fuoco il Paese, causando una guerra civile, anche al loro interno, che fece migliaia e migliaia di vittime. Nel 1985 Mugabe abolì i seggi per i bianchi al parlamento, e Smith si ritirò dalla vita politica. Fu allora che iniziò il crollo irreversibile dello Zimbabwe, La verità era che il primo ministro inglese Harold Wilson, non aveva digerito l’umiliazione dell’indipendenza, e aveva manovrato in modo da condurre le opposizioni al potere, alleandosi persino con l’Urss. Come Cincinnato, Smith tornò a occuparsi della propria fattoria insieme col figlio Alec, Fattoria prospera, come tutte le farm degli anglosassoni, che però furono prese di mira, devastate ed espropriate dalla teppa di Mugabe, convinta che bastasse cambiare proprietario per far funzionare una farm. Ma andarono tutte in malora e oggi lo Zimbabwe, già grande esportatore di prodotti ortofrutticoli, importa tutto. Questo avvenne nel 2001. Più volte Mugabe minacciò l’arresto e il processo per Smith. Ma non attuò mai i suoi propositi. Nel 2005 Smith andò in Sudafrica per ricevere cure mediche, e nel 2006 morì il figlio Alec, colpo da cui Smith non si riprese mai più. Morì giusto nel novembre di dieci anni fa a Città del Capo, dove vive una comunità di rhodesiani. In quegli anni, infatti, tutti i bianchi dovettero lasciare lo Zimbabwe a causa delle violenze inaudite della banda di Mugabe. Smith aveva 88 anni quando morì. Le sue ceneri sono state disperse a Gwenoro, nel “suo” Zimbabwe.