«Finirai peggio di Falcone»: Totò Riina è stato una belva fino alla morte

Alle 3.37, nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma, è morto il boss mafioso più pericoloso e feroce di Cosa Nostra. Totò Riina, in coma farmacologico da diversi giorni, arrestato il 15 gennaio del 1993 dopo 24 anni di latitanza, nonostante la detenzione al 41 bis da 24 anni era ancora considerato dagli inquirenti il capo indiscusso della mafia. Mai avuto un cenno di pentimento. Totò “o curtu”, “la belva”, come era soprannominato, solo tre anni fa, dal carcere parlando con un co-detenuto, si vantava dell’omicidio di Falcone e continuava a minacciare di morte i magistrati. A febbraio scorso, parlando con la moglie in carcere diceva: “sono sempre Totò Riina, farei anche 3.000 anni di carcere”. L’ultimo processo a suo carico, ancora in corso, era quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Riina: “Lo faccio finire peggio di Falcone”

Riina stava scontando 26 condanne all’ergastolo. per decine e decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del ’92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del ’93, nel Continente. mandante e in molti casi anche autore di una serie di delitti e stragi commessi a Palermo negli anni Ottanta: l’uccisione di Michele Reina, Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa e la giovane moglie Emmanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo; e ancora per l’autobomba che uccise il consigliere istruttore Rocco Chinnici e i carabinieri che lo proteggevano. Riina ha ucciso e fatto uccidere carabinieri, magistrati, sindacalisti, giornalisti, medici, funzionari regionali e politici. Pur al 41 bis, Riina continuava a minacciare, era ascoltato e temuto, in grado di mandare segnali: ”Lo faccio finire peggio del giudice Falcone. Lo farei diventare il tonno buono”. Era il dicembre del 2013 e “la belva”  chiacchierava in carcere con un altro detenuto, durante l’ora di socialità. Il destinatario di quelle minacce di morte era il pm antimafia Nino Di Matteo, allora sostituto procuratore a Palermo e oggi pm della Direzione nazionale antimafia.

Voleva uccidere ancora

Un tarlo fisso, quello di uccidere il pm Di Matteo, per il boss di Corleone, arrestato il 15 gennaio del 1993 a Palermo dopo quasi un quarto di secolo di latitanza Ma non era l’unica minaccia a distanza inviata a Di Matteo. Sempre dal carcere erano arrivati diversi ‘siluri’ al magistrato, oggi il più scortato d’Italia. “Organizziamola questa cosa – sussurrava con tono deciso – facciamola grossa e non ne parliamo più, perché questo Di Matteo non se ne va. Dobbiamo fare un’esecuzione come quando c’erano i militari a Palermo“, aveva detto al suo commilitone in un’altra conversazione intercettata in carcere. Nell’estate 2017, dopo un ulteriore peggioramento delle sue condizioni di salute, i legali di Riina avevano chiesto al Tribunale di sorveglianza di Bologna il differimento della pena. Richiesta bocciata. Pochi giorni prima, durante un’udienza del processo sulla cosiddetta ‘trattativa’ tra Stato e mafia, era stato lo stesso pm Di Matteo a non credere alle gravi condizioni di salute di Riina e a ribadire in aula: ”Totò Riina è perfettamente lucido.

I segreti nella tomba

Una vita all’insegna della violenza, quella di Totò Riina. E della latitanza. Vissuta sempre, o quasi, con la sua famiglia. Fino al giorno del suo arresto, in via Bernini, in una fredda giornata invernale, il 15 gennaio 1993. Di lui, poco tempo fa, due mafiosi, intercettati, dicevano: ”Se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno”. E il riferimento era per Riina e Provenzano. In altre parole, con Riina in vita sono state bloccate tutte le ‘promozioni’ in Cosa nostra. Il 10 dicembre 1969 Riina fu tra gli esecutori della cosiddetta ‘strage di Viale Lazio’, che doveva punire il boss Michele Cavataio. Nel periodo successivo Riina sostituì spesso Liggio nel “triumvirato” provvisorio di cui faceva parte assieme ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, che aveva il compito di dirimere le dispute tra le varie cosche della provincia di Palermo. Si è spento portando con se nella tomba tutti i segreti e i misteri della Cosa nostra degli ultimi 50 anni. Quando ormai era chiaro che le sue condizioni erano disperate, il ministro della Giustizia ha concesso ai familiari un incontro straordinario col boss. Un figlio, Salvo, ha scritto un post su Facebook in cui augurava buon compleanno al padre per i suoi 87 anni. Un altro figlio, Giovanni, sta invece scontando una pena all’ergastolo.