Ergastolo in primo grado a Ratko Mladic per la strage di Srebrenica

Arriva la condanna all’ergastolo per Ratko Mladic, l’ex-generale comandante dell’esercito serbo bosniaco riconosciuto colpevole, in primo grado, di 10 degli 11 capi di accusa a suo carico tra cui genocidio e crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati fra il 1992 e il 1995 durante la guerra in Bosnia ma assolto dall’accusa di genocidio per le azioni avvenute in Bosnia fra il 1991 e il 1995, in quanto non è stato provato che il genocidio fosse realmente l’obiettivo di tali azioni.
Il Tpi, il Tribunale penale internazionale dell’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia, dopo aver ascoltato circa 500 testimoni, ha comminato la pena dell’ergastolo per aver contribuito e partecipato a 4 iniziative criminali organizzate sostenendo che Mladic volle portare avanti una campagna micidiale di bombardamenti e cecchini e a Srebrenica volle perpetrare genocidio, persecuzione, sterminio, assassinio e atti disumani attraverso trasferimenti forzati.

E’ appunto quello che ha sostenuto il giudice del Tribunale per la ex Jugoslavia leggendo la sentenza nei confronti dell’ex-comandante dell’esercito serbo bosniaco accusato di essere stato il deus ex machina delle peggiori atrocità commesse durante il conflitto, come l’assedio di tre anni di Sarajevo, il più lungo assedio della storia moderna, ed il massacro di ottomila musulmani nell’enclave di Srebrenica, la peggiore esecuzione di massa in Europa dalla Seconda guerra mondiale.

Poco prima della lettura della sentenza, il giudice aveva espulso dall’aula Ratko Mladic che si era scagliato contro la Corte perché aveva respinto la richiesta dei legali della difesa di aggiornare l’udienza per motivi di salute.

Quattro, dunque, le iniziative criminali congiunte contestate all’ex-generale dell’esercito serbo bosniaco. Secondo il Tribunale penale internazionale dell’Aja per i crimini nell’ex-JugoslaviaMladic è risultato colpevole di genocidio e persecuzione, sterminio, omicidio e atti disumani di trasferimento forzato nella zona di Srebrenica nel 1995, di persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione e atti inumani di trasferimento forzato nei comuni di tutta la Bosnia-Erzegovina, di omicidi, terrore e attacchi illegali a civili a Sarajevo e del sequestro di ostaggi del personale delle Nazioni Unite.

«Le circostanze erano brutali – ha sostenuto il presidente del tribunale, l’olandese Alphons Orie – quelli che hanno cercato di difendere le loro case hanno incontrato una forza spietata. Si sono verificate esecuzioni di massa e alcune vittime hanno ceduto dopo essere state picchiate. Molti degli assalitori che avevano catturato musulmani bosniaci, hanno mostrato poco o nessun rispetto per la vita umana o per la dignità». Altre vittime, sostiene il Tribunale, sono state arrestate, detenute in strutture di detenzione, spesso in condizioni di vita disumane, sottoposte a torture, percosse, stupri e altri atti di violenza sessuale.

«E’ giusto che si paghi per i crimini di guerra», osserva Matteo Salvini commentando la condanna all’ergastolo dell’ex-generale serbo ma, aggiunge, «vedo che oggi sono i cristiani a essere perseguitati in Kosovo». Salvini ha buon gioco a ricordare che l’intervento militare in Serbia della Nato «ha solo cambiato l’identità degli aggressori, visto che oggi sono i cristiani i perseguitati in Kosovo. Io ero contrario allora e vedo – sostiene il segretario della Lega – che ora i fatti mi danno ragione, visto che ci sono i cristiani a essere perseguitati nel fantomatico Kosovo».

Mladic fu arrestato, sotto il falso nome di Milorad Komadić, il 26 maggio del 2011 nel villaggio di Lazarevo, 80 chilometri a nord-est di Belgrado, grazie a una segnalazione anonima al termine di una lunghissima latitanza durata 16 anni, inseguito da taglie lievitate anno dopo anno e arrivate fino a 10 milioni di euro che la Serbia, e anche gli Stati Uniti, avevano messo sulla sua testa. Fu un test del Dna a fugare ogni dubbio sulla vera identità di Milorad Komadić. Gli davano la caccia in tanti e negli ultimi anni oltre 10.000 persone in Serbia erano sulle sue tracce: c’era chi lo segnalava in Montenegro chi in Russia, chi in Grecia. La sua latitanza provocò anche un duro scontro diplomatico fra la Ue e la Serbia.

Considerato un ufficiale di altissime capacità militari aveva scalato in maniera fulminea tutta la sua carriera leggendaria partendo dalla Scuola militare di Zemun e, poi, dall’Accademia Militare Kov e arrivando al comando dell’esercito serbo bosniaco, ruolo dal quale l’ex-presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, Radovan Karadžić, cercò, senza riuscirci, di cacciarlo scontrandosi con il grande sostegno popolare di cui Mladic godeva.