«Era il nemico di noi missini»: la fine di Riina e le verità di Buttafuoco

A proposito della morte di Totò Riina, pubblichiamo l’articolo di Pietrangelo Buttafuoco apparso oggi su “Il Fatto Quotidiano”.

Neppure un mese fa, a Canicattì, Nardino Di Stefano – vecchia quercia del Msi, da sempre artista della fotografia – mi passa una busta e mi fa trovare un’istantanea tutta per me. Lo scatto coglie due uomini – due angeli immacolati di Sicilia – mentre salutano la gente sopraggiunta in una piazza di Siracusa inzeppata di tricolori e croci celtiche. Sono a un incontro pubblico, accanto a me c’è Giancarlo Cancelleri, il candidato del M5S impegnato nella sua campagna elettorale per le regionali e a Canicattì, ospiti del Circolo delle Mamme, si discute di politica, di riscatto e di quello che capiterà nella disgraziatissima terra. Nardino mi guarda, ascolta, ci mette del suo nel fare sì con la testa ma sento in tasca come una furia che vuole uscire fuori per gridare a tutti il suo presente! Prendo la busta e anche se sono al microfono – se parlo di oggi ma con tutto il peso di ieri – faccio uscire la foto e la mostro alla folla davanti a me così che i due ancora una volta possano dire “eccoci”.

Sono Paolo Borsellino e Pippo Tricoli – rispettivamente un magistrato e uno storico, sostanzialmente due amici ­– e ripetono “eccoci” alle donne e agli uomini di Sicilia. Si presentano a tutti e anche i più giovani che ne sanno poco – di Tricoli ne sanno niente – battono le mani perché quella giornata, quella della fotografia, si prende tutto.

Ecco, Totò Riina è morto. E quella giornata, quella della fotografia, mi torna addosso. Arriva Borsellino e tutta quella gente a Siracusa – ragazze, ragazzi, siciliani della destra contro il sistema – ne ascolta sillaba dopo sillaba per scaldare la ragione dell’andare contro. Contro ogni andazzo, dice Borsellino. Contro la stessa Sicilia, ripete Borsellino, se questa – nella questua di ogni necessità – cede l’onore della faccia onesta per fare incetta di tutti i Riina e tenerseli cari. Manco fossero zii, i Riina. Padreterni, i Riina. Eroi e padri tutti i Riina se vale il mugugno – e sempre si mugugna – che dice “A chi mi dà il pane lo chiamo papà”.

Ecco, Totò Riina è morto. E Borsellino parla. Racconta degli uomini di giustizia, uccisi come conigli – “ma non sono conigli!”, urla – e Pippo Tricoli distende con la mano i fogli fitti di appunti su cui elenca la destra in lotta contro la mafia: Beppe Alfano, cronista de La Sicilia, ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto; Angelo Nicosia, il deputato di Palermo, accoltellato davanti a tutti…

Ecco, Totò Riina è morto. Borsellino parla ma con l’occhio segnala a Tricoli un altro argomento, più urgente: Beppe Niccolai, il socialista tricolore del fascismo immenso e rosso. Pisano, Niccolai è l’autore della relazione di minoranza della Commissione Antimafia su cui lavorò – lodandola come la più informata, tra le relazioni – Leonardo Sciascia.

Ecco, Totò Riina è morto. Borsellino parla, Tricoli annota. Davanti a loro c’è Tomaso Staiti di Cuddia, un milanese, certo, ma trapanese nel sangue e odiatore come nessuno della mafia che comincia a guardare storto chi si fa storto ascoltando Borsellino. Sbuca da un vicolo Benito Paolone, ancora un altro ragazzo di quel destino chiamato Fuan, il fronte universitario dei missini. Tutti loro, sia i relatori – e cioè Pippo e Paolo – che Tom e Benito, vengono dal Fuan. C’è con loro Enzo Fragalà, l’avvocato palermitano che troverà la morte a colpi di bastone, e quella giornata tutta di sacro fuoco in guerra contro la mafia forgia la vita e la battaglia di uno dei più valorosi magistrati siciliani, Sebastiano Ardita.

Ecco, Totò Riina è morto. Borsellino parla e per l’educazione sentimentale dei militanti – tutti esuli in Patria, tutti figli disconosciuti dalla Legge e dall’Ordine costituito – si salda il patto che non conosce mediazioni: dalla parte di Borsellino e mai e poi mai con le mafie. “E mai più con le mafie!”, tuona Staiti che ne vuole regolare di conti con chiunque abbia tentato di allignare in zone grigie o negli equivoci di vite avventurose – quelle di chi, nell’ansia del delirio esistenziale – tentava di farsi dare da un criminale come Nitto Santapaola quello che un eroe come Bobby Sands, in Irlanda, meritoriamente dava alla propria terra.

Ecco, Totò Riina è morto. Borsellino parla e quando è ucciso sotto il portone di mamma sua – dopo aver passato la giornata di riposo da Pippo Tricoli – al funerale è Benito Paolone che rompe il blocco delle transenne per restiturie al popolo che piange e urla quella bara. Si vede bene questa scena nel film di Pif, La Mafia uccide d’estate. A Tricoli, che non c’è più – nessuno di quel Fuan c’è più – spetta l’orazione funebre. Al Quirinale viene il sangue agli occhi all’idea che sia un fascista a prendersi in spalla tutta quell’Iliade. Non si parla dal pulpito ma i fascisti riescono a seminare, come fosse una salmodia, il motto dei fanti morti sul Carso parafrasandolo: “Meglio vivere un giorno da Borsellino che cento da Ciancimino.”

Ecco, Totò Riina è morto. Borsellino parla per tramite di un conto. Quarantadue volte viene nominato davanti alle Camere riunite. Sono i voti per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Ne prende 42 – sono i parlamentari del Msi a votarlo, non senza avere chiesto il suo permesso – e però viene eletto Oscar Luigi Scalfaro.

Ecco, Totò Riina è morto. Ero alla cornetta di una cabina aggrappata al costone di Letojanni quando mio padre, il camerata Saro, mi dava notizia della strage di via D’Amelio. Mi arrivò come una furia dalla schiena per agguantarmi la gola. “Era stato a pranzo da Pippo Tricoli…”, mi dice ancora mio padre. E tornai alla giornata di Siracusa, per non andarmene mai più, come neppure un mese fa a Canicattì, dove Pippo e Paolo hanno detto “eccoci” e Totò Riina non ci sarà mai più.