Amori di guerra e ricordi del fascismo: la vita di Grazia diventa romanzo

Grazia potrebbe incarnare profili e sentimenti di molte donne dell’alta borghesia che vissero gli anni del consenso al fascismo e la caduta rovinosa della guerra. Bella, elegante, misteriosa, Grazia è la protagonista dell’omonimo romanzo della scrittrice Giulia Alberico (Grazia, Società editrice milanese, pp. 224, euro 17), i suoi ricordi, i ninnoli, gli abiti da sera, le foto ingiallite che lascia dopo la sua morte sono il filo emotivo che collega le memorie della figlia Teresa a quelle della nonna Flora, memorie di una famiglia di fascisti di Pescara, punita dalle forze alleate con la reclusione del nonno Francesco Saverio, imprenditore edile, nel campo pugliese di Gioia del Colle.

Il funerale di Grazia è, per la figlia Teresa,  l’occasione sempre rinviata per fronteggiare finalmente quell’ingombrante figura materna, per scavare nella sua intimità e svelarne i dolorosi segreti, per comprenderne il dramma e giustificarne gli atteggiamenti. Una simpatia postuma che si allarga anche al mondo del nonno, guardato senza filtri ideologici: “Teresa, che aveva scelto di essere una antifascista, che aveva rifiutato con rigidità, in blocco, la posizione dei Savio durante il Ventennio, si trovava ora a pensare a quanto fosse stata dignitosa, anche se non incolpevole, quella fede del nonno“. Teresa si riconcilia col passato, col vissuto altezzoso di sua madre: “Ora le pareva di intuire che il fascismo di Grazia fosse stato piuttosto un arroccamento a un mondo che le si era sgretolato sotto i piedi, che fosse stata una difesa orgogliosa del padre costretto come un delinquente a risiedere per mesi in un campo di internamento, che fosse stata la pervicace volontà di tenere in piedi un sogno“.

Le memorie del fascismo restano in ogni caso sullo sfondo della narrazione. Il romanzo si presenta alla fine  soprattutto come il ritratto di due donne, Grazia e Teresa, di una madre e di una figlia, mai state complici, forse nemiche senza il coraggio di dichiararsi tali, che ritrovano alla fine in un muto dialogo postumo gli abbracci che erano mancati, le parole che non erano state dette. Abbracci e parole che consolano e consolidano l’identità familiare, destinata a perpetuarsi proprio nei luoghi che avevano visto Grazia muoversi leggiadra e piena di fascino, avvolta dal sentore di Mitsouko, il suo profumo preferito, tratto distintivo del dresscode di famiglia.