Una “rivoluzione culturale” per dare slancio al centrodestra di governo

Le elezioni politiche sono vicine e l’universo magmatico del centrodestra italiano ancora stenta a capire quale possa essere la “formula magica” per tornare, da vincitori, alla guida del Paese. L’impasse dei capi-partito sembra essere però stata superata da una certa vitalità nelle proposte e nelle interpretazioni da parte di un “centrodestra culturale” in grande spolvero. Dal palco di Atreju il direttore di “Tempi” Alessandro Giuli ha rinnovato il suo appello a ricucire gli strappi anzitutto culturali di tutta l’area alternativa a sinistra e grillini ricordando che – lo diciamo a scanso di equivoci visto che l’errore già è stato compiuto in passato – non si vince solo prendendo voti ma anche conquistando le menti dei cittadini.

Il motto di gramsciana memoria “fare egemonia” non è mai stato così attuale a destra. Di fronte ad una sinistra “liberal” – con la stampella radicale – ed all’anti-cultura distruttiva del M5S l’alveo conservatore italiano è stato finora incapace di portare avanti una battaglia culturale “campale”. Ci si è limitati a scarne azioni di guerriglia od a sacrificare sull’altare dei media qualche drappello di valorose voci controcorrente. Non può essere un caso la fioritura negli ultimi mesi di riviste, blog e case editrici che si sono affiancate ai “battitori liberi” d’una destra culturale che, pur nello sfacelo politico degli anni passati, ha resistito – paradossalmente senza risorse e senza visibilità – alla diaspora portando una fiaccola che la destra politica s’era rifiutata di continuare a portare.

Particolarmente interessante poi è il fatto che questa “rivoluzione culturale” a destra la stiano facendo ragazzi tra i 20 ed i 40 anni, cioè quelle due generazioni che nel complesso sono state tagliate fuori dai meccanismi del centrodestra “di governo” e che sono abituate alla marginalità politica ed al “nuovo ghetto” in cui erano state confinate le forze d’una storia che sembrava arrivata alla fine. Questa generazione di scrittori, editori e lettori militanti è quella che – prendendo in prestito le parole del giornalista de Le Figaro e punta di diamante della più giovane nidiata della Nouvelle Droite francese Alexandre Devecchio-  non ha sensi di colpa né tabù; può permettersi di dire ciò che pensa sulla generazione dei propri padri senza paura della lesa maestà e può affrontare discorsi innovativi – con lenti tradizionali – sui tempi in cui viviamo proprio perché ci sono “dentro fino al collo”.

Sta nascendo un filone culturale nuovo a destra, capace di mantenere le giuste distanze tra le varie realtà ma allo stesso tempo di unirle sui punti comuni – che sono molto spesso anche punti fondanti – che potremmo chiamare “rivoluzione conservatrice italiana”. Questi conservatori rivoluzionari vivono nei partiti di riferimento consci del fatto che la forma-partito non si è esaurita ma necessita di una rifondazione e che non può esservi “cultura politica” senza “partito politico”; cioè il cervello necessita di un corpo che lo rivesta e ne metta in pratica i pensieri. Forse è anche per questo che i neo-conservatori nostrani (senza alcun riferimento ai neocon statunitensi) non hanno voluto mettere in dubbio l’attuale partizione del centrodestra invocando il partito unico: l’esperienza del PDL ha dimostrato che le fusioni a freddo di storie ed idee troppo differenti finiscono per cancellare quanto di buono è stato pensato e fatto cancellando identità e lasciando solo ed esclusivamente macerie sulle spalle delle generazioni successive. Meglio avere una casa sicura in cui rifugiarsi, in cui poter coltivare le proprie idee e questo può garantirlo solo un partito autonomo, alleato con gli altri ma non succube.

Punti di riferimento di questo universo culturale sono una visione sacralizzata ma non “patriottarda” della Nazione, la voglia di ricostruire lo Stato “difensore” abbattendo il mostro dello Stato “tassatore”, il sincero europeismo lontano però dai toni degli euro-entusiasti e decisamente vicino alla tradizionale visione dell‘Europa dei popoli e degli Stati sovrani. E poi battaglie fondamentali sono quella in difesa della famiglia tradizionale – patrimonio comune e non relegato solo ed esclusivamente alla frangia cattolica di questa “rivoluzione conservatrice”  e quella sui “temi etici” che tengono banco nel dibattito pubblico nazionale. Non bisogna poi dimenticare il messaggio che questa “onda” montante – che non è nera, non è bianca e nemmeno azzurra ma tricolore – vuole far passare e che è forse la vera fonte d’innovazione dei giovani conservatori italiani: la democrazia, per come oggi è, può essere criticata senza paura; la democrazia odierna è in realtà conformismo, pensiero debole che s’atteggia a forte, omologazione, trionfo dell’uomo-massa “spersonalizzato”. Al “modello ideale” della liberaldemocrazia  che è il “consumatore privo di identità nazionale e sessuale” si può opporre un’altra gesalt di jungeriana memoria: l’eroe moderno. Riconoscere la diseguaglianza ed il merito come punti forti d’una nuova democrazia aristocratica che va a sostituire la “civiltà dell’uguaglianza coatta” odierna è la grande battaglia della nostra “rivoluzione conservatrice” del XXI Secolo.

La possibilità di “fare egemonia”esiste, la possibilità di scardinare un meccanismo malato secondo cui la cultura “o è rossa o non è” esiste, la possibilità di conquistare le menti ed i cuori esiste, specie ora perché l’intellettuale di destra è sempre stato un figlio ed un lettore delle crisi epocali come quella in cui viviamo. Abbiamo un patrimonio enorme da scoprire tra i banchi delle nostre università, negli uffici dei giornali, nella galassia dei blog e nelle piccole librerie fuori dal circuito ufficiale. Sfruttiamo queste energie perché la destra oltre che azione è anche pensiero e l’azione fine a sé stessa, è bene ricordarlo, produce solo un consenso temporaneo. Governi Berlusconi docent.

da www.centro-destra.it