Toti lancia siluri contro i forzisti campani. Nelle sue accuse c’è del vero

Il solo motivo per cui vale la pena soffermarsi sul siluro lanciato da Giovanni Toti ai forzisti della Campania («Invece di lamentarvi della legge elettorale, fate autocritica per i risultati ottenuti alle amministrative di Napoli e Salerno») ricevendone, in cambio, l’accusa di cripto-salvinismo, è che rappresenta una novità assoluta nelle relazioni interne ai berlusconiani. È noto che Forza Italia sia una sorta di ossimoro politico che ne fa l’unico movimento anarchico guidato da un monarca assoluto: la periferia fa quel che vuole, ma è solo a corte che si decidono i destini di tutti. Altrettanto noto è il risultato di tanta creatività: unanimismi di facciata, fede incrollabile nel leader (salvo imbarazzanti fuori onda) e microscissioni accolte con sufficienza se non con sollievo all’insegna del “meno siamo e meglio stiamo”. Un mantra che altrove farebbe strabuzzare gli occhi. Non in Forza Italia, però, dove ciascuno è perfettamente consapevole che chi sbatte la porta – si chiami Alfano, Fitto o Verdini – non porta via un voto che sia uno. Tranne Berlusconi, ovviamente. Ed è così: tra il corpo del capo e il corpo elettorale non c’è nulla. Non c’è classe dirigente, né consiglieri, né cerchi magici. Il rapporto tra Berlusconi e popolo forzista è diretto, immediato, addirittura lirico per certi versi. Ma è proprio questo a trasformare la sparata di Toti, che nel Pd non avrebbe fatto più rumore di un tricchetracche, in una micidiale cannonata, di cui, però, la vittima più illustre rischia di essere proprio l’ardimentoso artigliere. Già, accusare qualcuno di scarso rendimento elettorale in Forza Italia equivale a infrangere un tabù perché è come insinuare che altri, oltre al leader, possano disporre di voti personali o raccoglierne in proprio. Un’autentica eresia rispetto alla vulgata ufficiale che da sempre imputa eventuali percentuali da albumina all’assenza di Berlusconi dall’agone elettorale. Da sempre, del resto, è così che lì ci si autoassolve dai flop personali e territoriali riuscendo, nel contempo, ad ingraziarsi il sovrano. Strano che Toti non lo sappia o non l’abbia capito. E ora niente di più facile che l’accusatore diventi accusato. E non di scarso rendimento elettorale, come i suoi colleghi campani, ma di lesa maestà. La solita storia delle buone intenzioni di cui, si sa, è lastricato l’inferno.