Referendum regionali, si badi anche alla sostanza e non solo agli slogan

Ad eccezione di Checco Zalone, forse più nessuno ha nostalgia della Prima Repubblica. A quell’epoca, per dirla con il Poeta, i governi stavano «come d’autunno sugli alberi le foglie». Bastava unintervista – ricordate? – a farli cadere. Va però riconosciuto che allora le parole erano pietre ed era facile, forse fin troppo, impiccare un uomo ad una frase. Nell’attuale, invece, è praticamente impossibile. Renzi è ancora lì a dettare legge nonostante il solenne impegno a ritirarsi dalla vita politica in caso di sconfitta al referendum costituzionale. Altrove non gli avrebbe dato pace fin quando non avrebbe onorato la promessa. Da noi, al contrario, si dispensa indulgenza plenaria alimentando la convinzione che più un politico non fa quel che dice e più è in gamba. E questo spiega perché a scarseggiare sono anche gli estimatori della Seconda Repubblica, dove ogni parola è slogan e ogni posizione un omaggio alla propaganda. Non si spiegherebbe altrimenti l’entusiastico annuncio («faremo un referendum per l’autonomia in ogni regione») con cui Berlusconi ha pestato tutti e due i piedi allalleata Giorgia Meloni, che del referendum è fiera avversaria. E poiché non sta né in cielo né in terra che le abbia voluto fare un dispetto, è di tutta evidenza che è lui il primo a non dare eccessivo peso alle sue stesse parole. Anche in questo, del resto, il Cavaliere si conferma specchio fedele della psicologia degli italiani, ormai sempre più consapevoli che quasi mai v’è qualcosa di veramente vincolante e impegnativo nelle parole di un leader. Persino quando, come in questo caso, la materia del contendere è un affaruccio di non poco conto come lassetto della governance pubblica. In altri tempi, non sarebbe bastato un solo vertice ad appianare le distanze. Oggi, invece, sarà sufficiente imbucare nel comune programma elettorale acrobazie logico-costituzionale del tipo «ad ogni regione sarà concessa più autonomia decisionale nella logica del rafforzamento dellunità nazionale» per metterci una toppa e fare tutti felici e contenti. Certo, dal punto di vista della resa è un mezzo disastro, come  prescrivere cannoli e babà a un diabetico. Ma da tempo la politica ha smesso di inseguire il risultato per riconoscersi solo negli annunci. E la propaganda, si sa, viene prima di tutto. Il merito delle questioni, come lintendenza di Napoleone, seguirà.