Quando la secessione non è egoismo: quei popoli oppressi da Urss e regimi

Quanto sta succedendo in Europa, e non solo, dal punto di vista delle spinte centrifughe, autonomiste, separatiste o secessioniste per aderire ad altri Stati, non può essere sottovalutato. Anche la Brexit rientra in questa dinamica. Per secoli i popoli hanno cercato, anche sanguinosamente, la loro identità, il loro spazio, ma adesso, nel Terzo Millennio, si va verso un accomodamento diplomatico delle controversie. Prendiamo il caso del Regno Unito, dove per decenni si è sostenuto che Irlanda del Nord, Scozia, Galles avrebbero dovuto sganciarsi da Londra, ma poi nessuno lo ha mai fatto. Fuori dall’United Kingdom. gli europei tifavano per l’indipendenza senza conoscere le ragioni di ciascuno e soprattutto la realtà storica di quei luoghi. Senza addentrarci in dettagli, in ognuna di queste tre nazioni si sono svolti referendum per il distacco da Londra, e in tutti i casi ha vinto quello che possiamo chiamare il Remain. Addirittura in Irlanda del nord, nel 1973, il quesito recitava così: “Vuoi che l’Irlanda del nord rimanga parte del Regno Unito?”: ebbene, il 98,9 per cento dei nordirlandesi di pronunciarono per il “sì”. Lo stesso accadde in Scozia, seppur con una percentuale di “sì” molto inferiore. E in Galles, a tutt’oggi, coloro che vorrebbero staccarsi da Londra oscillano tra il 10 e il 15 per cento. E allora di che stiamo parlando? La verità è che il Regno Unito, in tempi non sospetti, propose e consentì la formazione di parlamenti locali, con pieni poteri. Le cose non andarono così lisce in Irlanda del Nord, perché lì la popolazione è in maggioranza protestante e inglese, con una significativa minoranza cattolica e irlandese, e le conseguenze le conosciamo tutti. La questione fu (quasi)  chiusa con gli accordi del Venerdì Santo nel 1998, anch’essi sottoposti a referendum, che stabilizzarono la situazione a come oggi la conosciamo, poiché furono approvati da entrambe le popolazioni, inglese e irlandese, chiamati a votare in referendum separati. Oggi la Brexit ha cambiato un po’ le cose, ma il matrimonio dovrebbe resistere, nell’interesse di tutti. Né va dimenticato che scozzesi, gallesi e nordirlandesi combatterono valorosamente e con orgoglio in tutte le guerre dell’Impero britannico al servizio di Sua Maestà: contro Napoleone, in India, Sudafrica, Afghanistam, Sudan e poi nelle due guerre mondiali.

Il caso Istria e Dalmazia ci tocca da vicino

Ma dire che le spinte indipendentiste sono solo frutto di egoismi e particolarismi, vuol dire affrontare superficialmente la questione. Piano a dare patenti. In un caso che ci riguarda molto da vicino, quello dell‘Istria e Dalmazia, nessuno può sostenere che l’annessione all’Italia sarebbe – anche oggi – sacrosanta. Per decenni i nostri fratelli sono stati sottoposti a violenze, persecuzioni, deportazioni, esodi, omicidi di massa, tanto che oggi la pulizia etnica voluta dagli jugoslavi di Tito colla complicità delle potenze vincitrici e dei nostri governi inetti, è compiuta: ci sono pochissimi italiani sul posto, e tutte le proprietà delle popolazioni autoctone italiane sono state depredate dal governo di Belgrado. I nomi delle città e dei luoghi sono stati cambiati, la slavizzazione ha trionfato. E quando gli esuli istriani, giuliani e dalmati arrivarono in Italia dopo aver patito sofferenze enormi, dopo la guerra, in Italia, le sinistre li respinsero e li trattarono con ostilità. Quelle stesse sinistre che oggi hanno organizzato e favorito per interessi questi sì egoisitici, l’invasione di migliaia di clandestini che per giunta italiani non sono. Ma questa è un’altra storia, che ci porterebbe troppo lontano: sino ai giorni d’oggi.

Lo Stato centrale sovietico perseguitò le “piccole patrie”

La stessa pulizia etnica che l’Unione Sovietica attuò contro le popolazioni non russe con stragi inimmaginabili per creare l’agognato Stato unitario: russi bianchi, ucraini, baltici, cosacchi, usbecchi, kazaki, armeni, georgiani e decine di altre nazioni furono oppresse per oltre settant’anni: qualcuno avrebbe il coraggio di definire “egoisti”, “particolaristi”, questi popoli che si battevano per la loro sopravvivenza? In Ucraina la lotta contro il governo centrale sovietico andò avanti fino agli anni Sessanta, con i famosi “fratelli del bosco” di Stephan Bandera, leader indipendentista poi assassinato dal Kgb. E dopo la fine del comunismo tutte queste “piccole patrie” divennero nazioni, come è giusto che sia, anche se permangono ancora piccoli conflitti locali. E venendo ai giorni d’oggi ma restando nella stessa area, le istanze patriottiche del Donbass, territorio in Ucraina abitato da russi sottoposti a ogni angheria da Kiev, paiono più che giustificate. Così come la Crimea, che in un libero referendum si è espressa democraticamente per l’unione alla Russia, operazione duramente contestata dall’Occidente, sordo a ogni principio relativo all’autodeterminazione dei popoli, che invece è sempre stata la battaglia della destra a ogni latitudine.

La sacrosanta lotta dell’indipendentismo còrso

Avvicinandoci a noi, qualcuno può accusare i còrsi di egoismo o di particolarismo, quando rivendicano il distacco dalla Francia, che acquistò l’isola nel 1768 dalla Repubblica di Genova? Sì, perché l’isola, italiana geograficamente ed etnicamente, fu data dai genovesi in pegno per debiti a Luigi XV. Ancora oggi in Corsica c’è il famoso motto: “Maledetti genovesi, che hano venduto la Corsica ai francesi”, che ricorda la triste storia di una patria venduta. Ma sono storie vecchie, come quella dell’Alto Adige: il tempo delle bombe e delle rivendicazioni è finito, e il buon senso, unitamente a una autonomia pressoché totale e a tanti soldi, ha molto raffreddato gli animi. Così come si sono stabilizzate le cose anche in Sicilia e in Sardegna, anch’esse teatro, nei decenni scorsi, di fortissime istanze autonomiste e indipendentiste.

I Curdi, trenta milioni di persone senza patria

Ma c’è ancora oggi almeno un caso, nel mondo, in cui la piccola patria è giusta e lo Stato unitario un oppressore: è il caso curdo, popolazione avente in comune stirpe e lingua, ma non ancora territorio. I curdi, popolo dimenticato dai mass media internazionali da sempre, sono un gruppo etnico indoeuropeo di trenta milioni di individui, più grande quindi dei Belgi o degli Svizzeri, che vive in Mesopotamia sparpagliato in cinque Stati diversi: Iraq, Iran, Siria, Turchia e Armenia. Altre piccole comunità sono sparse tra Libano, Giordania, Afghanistan, Georgia, Pakistan, Azerbaigian. Nel corso dei decenni, poi, significativo è stato il flusso verso gli Stati Uniti e l’Europa del Nord, dove vi sono comunità ormai stabili. Parlano curdo, una lingua indoeuropea, e gli storici credono che si tratti dei discendenti del Regno dei Carduchi, di origine celtica. Si tratta del gruppo etnico più grande al mondo senza una unità territoriale, una patria, anche perché ciascuno degli Stati in cui sono presenti, si è sempre opposto alla loro unità. Lo dimostra il recente atteggiamento di Iraq e Turchia, che hanno bollato il referendum svoltosi nel Kurdistan iracheno come fuorilegge, minacciando anche l’intervento armato. La Turchia, autrice dell’indimenticato sterminio degli Armeni del 1915, è la nazione dove c’è la maggiore presenza di curdi: si calcola che ne vivano circa 15 milioni, e la repressione contro di loro è tuttora sistematica e violenta. Anche l’Iran in passato se la dovette vedere con la guerriglia curda: i curdi furono imprigionati, torturati e uccisi sommariamente, come in Turchia. Ma il Paese dove sono stati maggiormente perseguitati, è stato l’Iraq: torture, uccisioni di massa, bombardamenti, utilizzo di armi chimiche, stupri  violenze di ogni genere. Nel 1983 a Erbil, oggi capitale del Kurdistan iracheno, sparirono letteralmente ottomila curdi, e a tutt’oggi non si sa che fine abbiano fatto. Ed è proprio il Kurdistan iracheno la cosa più simile a una patria per i curdi, anche se con il recente referendum le tensioni sono tornate improvvisamente a salire. In conclusione, non sempre l’unità nazionale è una bella cosa. Occorre tenere conto dei diritti di quelle popolazioni oppresse o costrette a vivere sotto un governo che non le rappresenta, occorre distinguere caso per caso: le trombonate unitarie lasciamole sepolte nell’Ottocento.

(Nella foto: i fucilieri scozzesi che si batterono eroicamente con l’Impero in Africa)