Pornografia minorile: la polizia di Messina arresta un giudice

Rischia la sospensione dalla funzione e dallo stipendio, un giudice della Corte d’appello di Reggio Calabria, arrestato dalla polizia per pornografia minorile. Il magistrato, Gaetano Maria Amato, è stato arrestato dalla polizia di Messina. Nei suoi confronti il Gip della città dello Stretto, su richiesta del procuratore Maurizio De Lucia e dell’aggiunto Giovannella Scaminaci, ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. 

L’arrestato è il giudice Gaetano Maria Amato

La sezione disciplinare del Csm dovrà valutare la richiesta dei titolari dell’azione disciplinare, ossia il Pg della Cassazione e il ministro della Giustizia, di applicazione delle misure cautelari nei confronti del magistrato. Solitamente nei casi di arresto, tale misura è obbligatoria, e dopo l’istanza, il Csm agirà quindi in tempi rapidi. Il reato contestato è il 600-Ter del codice penale che punisce chi sfrutta minorenni per realizzare esibizioni pornografiche o produrre materiale pornografico, come immagini di bambini. La pena prevista è la reclusione da 6 a 12 anni. Al centro dell’inchiesta la vita privata di Amato, e non la sua attività di magistrato. Il reato sarebbe stato commesso a Messina.

Nel 2009 il giudice fu sanzionato dal Csm

Nel 2009, quando era in servizio a Messina subì un procedimento del Consiglio superiore della magistratura per presunti ritardi nel deposito degli atti. Nella contestazione si rilevava come ci fossero troppe sentenze del magistrato depositate oltre i termini. Per questi ritardi il Csm lo aveva dichiarato colpevole e sanzionato con ammonizione.

Amato andò in conferenza stampa a Rosarno

Amato, 58 anni, palermitano in magistratura dal 1986, presta servizio alla sezione penale della Corte d’appello di Reggio Calabria dal gennaio di quest’anno. In precedenza era stato alla sezione civile. Nel giugno dello scorso anno,  partecipò ad una conferenza stampa, insieme a tutti i colleghi giudicanti della Corte, per spiegare e difendere l’operato di una collega finita al centro delle polemiche per non avere osservato i tempi per la redazione delle motivazioni della sentenza del processo “Cosa mia” sulle cosche di ‘ndrangheta di Rosarno, circostanza che avrebbe portato alla scarcerazione di tre presunti affiliati alle ‘ndrine.