Pensioni, tutte le bidonate rifilate agli italiani riforma per riforma

Se ne parla al bar con gli amici, a tavola con i familiari e nei talk show con gli esperti, mai però che a qualcuno venga in mente di ripercorrere la complessa e continua evoluzione – per molti (giustamente) involuzione – del nostro sistema pensionistico, passato dalle maglie larghissime degli anni passati a quelle strettissime dei giorni nostri e sul quale incombe come un macigno il meccanismo automatico dell’adeguamento dell’età di pensionamento alla speranza di vita. Un meccanismo che porta a neutralizzare gli effetti della longevità sui conti previdenziali. Ovvero: se si vive più a lungo, le pensioni arriveranno più tardi. E l’innalzamento dell’età a 67 anni a partire dal 2019 è oggi il tema centrale del nodo pensioni.  Ma torniamo un po’ indietro per tentare di comprendere la strutturazione del nostro sistema delle pensioni secondo il criterio della ripartizione. Partendo da una premessa: i contributi che lavoratori e aziende versano agli enti di previdenza sono utilizzati per pagare le pensioni di chi ha lasciato l’attività. In un sistema così organizzato, il flusso delle entrate rappresentato dai contributi deve essere in equilibrio con l’ammontare delle uscite, cioè le pensioni. Il progressivo aumento della vita media ha fatto sì che si debbano pagare le pensioni per un tempo più lungo.

La crisi economica degli anni ’70 e ’80

Il sistema comincia a scricchiolare negli anni ’70 e ’80, con la crisi petrolifera che rallenta la nostra economia. A quel punto l’obiettivo del Stato, ricostruisce il documento della Commissione di vigilanza sui fondi pensione, è consistito nel destinare la maggiore spesa a sostegno di coloro che non riuscivano a trovare un’occupazione e delle imprese, anch’esse in crisi. Negli anni ’80 matura così la consapevolezza di provvedere al riequilibrio dei conti pubblici attraverso il ridimensionamento della spesa corrente.

Le riforme Amato e Dini

Ma è negli anni ’90 che prende il via la sarabanda legislativa sulle pensioni. Il primo avamposto a cadere – siamo al dicembre del ’92 – è la rivalutazione media del 2 per cento per ogni anno di contribuzione per 40 anni di versamenti che il lavoratore iscritto all’Inps riceveva al momento della pensione, il cui importo era collegato alla retribuzione percepita negli ultimi anni di lavoro. Con la riforma del 1992, voluta dal governo Amato, si innalza l’età per la pensione estendendo gradualmente, fino all’intera vita lavorativa, il periodo di contribuzione valido per il calcolo della pensione. Le retribuzioni prese a riferimento per determinare l’importo vengono rivalutate all’1%, percentuale nettamente inferiore a quella applicata prima della riforma; la rivalutazione automatica delle pensioni viene limitata alla dinamica dei prezzi (e non anche a quella dei salari reali). Da qui la necessità di introdurre una disciplina organica della previdenza complementare con l’istituzione dei Fondi pensione ad adesione collettiva negoziali e aperti. Il resto lo fa la riforma Dini, del 1995, che chiude l’era del calcolo della pensione con il sistema retributivo, che viene sostituito da quello contributivo. La differenza tra i due metodi è abissale: nel primo, la pensione corrisponde a una percentuale dello stipendio del lavoratore e dipende da anzianità contributiva e retribuzioni, in particolare quelle percepite nell’ultimo periodo, cioè le più favorevoli;nel secondo, invece, l’importo della pensione dipende dai contributi versati dal lavoratore nell’arco della vita lavorativa.

Le pensioni del nuovo millennio: Maroni, Prodi e Fornero

Il nuovo millennio si apre con il decreto legislativo n. 47/2000 che migliora il trattamento fiscale per chi aderisce a un Fondo pensione. Nel 2004 è la volta della riforma Maroni, che introduce incentivi per chi rinvia la pensione di anzianità. Va via il centrodestra e arriva Prodi che, con la riforma del 2007 introduce le quote per l’accesso alla pensione di anzianità, determinate dalla somma dell’età e degli anni lavorati. Nel 2009 arriva, invece, dal 1° gennaio del 2010, l’innalzamento a 65 anni dell’età di pensionamento per le lavoratrici del pubblico impiego; dall’1 gennaio 2015, inoltre, l’adeguamento dei requisiti anagrafici per il pensionamento deve essere collegato all’incremento della speranza di vita accertato dall’Istat e validato dall’Eurostat. E arriviamo alla più controversa delle riforme, quella della ministra Fornero, varata dal governo Monti. A partire dal 2012 cambiano sia il sistema di calcolo delle pensioni – con l’estensione del metodo contributivo “pro rata” (da applicare sui versamenti successivi al 31 dicembre 2011) a tutti i lavoratori, anche a quelli che avendo maturato a dicembre ’95 almeno 18 anni di contributi potevano fruire del più favorevole sistema retributivo – sia i requisiti anagrafici per la pensione di vecchiaia, ferma restando l’anzianità contributiva minima di 20 anni. Per le lavoratrici dipendenti del settore privato, l’età sale a 62 anni e viene ulteriormente elevata a 63 e 6 mesi nel 2014, a 65 nel 2016 e a 66 a partire dal 2018. Per le lavoratrici autonome (commercianti, artigiane e coltivatrici di rette) l’aumento è di tre anni e 6 mesi (si passa quindi da 60 a 63 anni e mezzo). La soglia sale ulteriormente a 64 e 6 mesi nel 2014, a 65 e 6 mesi nel 2016 fino a raggiungere i 66 anni da gennaio 2018. I lavoratori del settore privato devono aver compiuto 66 anni.