L’Italia non potrà ripartire se non si libera della schiavitù del debito

25 Ott 2017 0:32 - di Carlo Ciccioli

E’ noto a tutti che se un’azienda è molto indebitata, e non si libera almeno di una parte dei suoi debiti, andrà incontro al fallimento. Lo stesso vale per una famiglia indebitata: se non rimette a posto i suoi debiti prima o poi i creditori le porteranno via la casa e tutti i beni, fino a pignorarle una parte degli stipendi. E’ così anche per gli Stati che, quando si indebitano, si vedono portar via i beni più pregiati (aziende partecipate e strutture pubbliche) e finiscono in una condizione di fallimento che colpisce tutti i cittadini. Questo è quello che sta avvenendo attraverso l’azione concentrica degli organismi comunitari europei, che attualmente sono espressioni delle Banche e dei fondi finanziari internazionali.

L’esempio di scuola è quello della Grecia, che a causa della sovraesposizione del debito, si è vista costretta a tagliare posti pubblici e pensioni, i cittadini sono ridotti alla fame e il numero di suicidi per motivi economici è diventato esorbitante; sono stati venduti agli stranieri porti, aeroporti e società pubbliche. Di fatto la Grecia è ora una nazione che ha perso la sovranità e che è stata ridotta in schiavitù dalle Istituzioni di credito del mondo, in particolare dalle Banche tedesche. La stessa operazione è in corso per l’Italia e non abbiamo alcuna possibilità di fermarla se non agiamo sul debito. Il progressivo indebitamento realizzato dal Governo Renzi in questi ultimi anni, per creare benevolenza elettorale (gli 80 euro al mese, i 500 euro per il bonus-giovani, i vari decreti salva-banche e affossa-risparmiatori e marchette varie) non hanno prodotto alcun beneficio espansivo sui consumi e beneficio reale sui cittadini, mentre hanno prodotto ulteriore deficit nel bilancio dello Stato, che pagano tutti i cittadini e soprattutto le generazioni future.

Così non è possibile andare avanti, pena il fallimento e l’affossamento dell’Italia per decenni e forse per il futuro. Occorre agire sul debito con una ricetta assolutamente incisiva, che però non deve assolutamente prevedere nuove tasse, che è stata la strategia dei Governi italiani da Monti in poi. Certamente uno degli elementi è il taglio del costo del sistema pubblico, che può essere quantificato nel massimo di 40 miliardi per il Prof. Cottarelli e di 80 miliardi per il Dott. Bondi, i due tecnici nominati dal Governo per la “spending review”.

E’ probabile che la cifra massima sia più vicina ai 40 che agli 80 miliardi e quindi modesta rispetto a  un deficit pubblico di 2340 miliardi che ci costa 70 miliardi l’anno di interessi passivi. I risparmi di spesa comunque porterebbero ad una riduzione del deficit di 5/7 miliardi, mentre l’Italia per liberarsi dalla schiavitù deve abbattere il debito nella misura di almeno 6/700 miliardi di euro. La strategia di Renzi e Gentiloni di sforare il debito di 0,2/0,3 per cento è veramente miope, perché sì, ci permette di essere autorizzati dagli organismi comunitari a spendere ancora un po’ di più, ma è un ulteriore debito che si accumula sul debito, cioè un’azione demenziale.

Innanzitutto occorre contestare il fiscal-compact, introdotto da Monti, che mette totalmente in ginocchio la nostra sovranità, rendendoci obbligati a gestioni rigide che rendono impossibile ogni manovra economica se non quelle delle tasse e del debito. L’unica via d’uscita di grande impatto è quella di costituire un fondo pubblico italiano finanziato da risparmiatori ed investitori, in cui conferire i nostri beni nazionali in garanzia, dalle spiagge demaniali (150 miliardi di patrimonio) ai beni immobili che proprio per tale natura non sono asportabili e quindi non possono essere trasferiti all’estero, come accade invece per le nostre aziende, che vendute agli stranieri vengono spogliate e poi portate altrove, come è successo per le nostre acciaierie (vedi Terni ed Ilva e le acquisizioni della Tissen Group che comprano il marchio concorrente e poi lo chiudono), aziende di produzione meccanica e degli elettrodomestici ( vedi la Whirlpool che acquisendo la Indesit ha drasticamente ridotto l’occupazione) e così via in tutti i settori.

L’altro aspetto è quello della riduzione delle tasse alle imprese che non possono superare il 20/25 per cento, mentre è possibile arrivare al 30/32 per cento di tassazione nella distribuzione dei profitti, in quanto l’eccessivo prelievo, tra diretto ed indiretto al 43/47 % blocca gli investimenti internazionali e li dirotta in Stati dove la tassazione è ben diversa quali Austria, Svizzera e lo stesso Portogallo nonché tutti i Paesi non occidentali.

Lo sviluppo di investimenti e nuove imprese favorisce il gettito nelle entrate pubbliche. Altro punto fondamentale è la lotta all’evasione fiscale che in Italia è intorno al 15/17 % del PIL, mentre in Germania è attorno al 10% . I soldi recuperati dalla lotta all’evasione non possono però essere rimessi nel calderone della spesa pubblica, ma devono essere destinati alla riduzione delle tasse. Su 1630 miliardi di PIL il 15% rappresenta quasi 250 miliardi di euro di evasione, anche recuperandone solo il 5/7% saremmo tra gli 80 ed i 100 miliardi, una cifra incredibile.

L’altro aspetto è la giustizia civile che in Italia garantisce i fraudolenti. Occorrono sentenze in un tempo massimo di un anno in primo grado e di due anni in secondo grado, rispetto ai fatti, perché una giustizia civile che pronuncia sentenze dopo 15 anni non ha più alcuna efficacia economica e finanziaria, non trova alcun risarcimento e di fatto è ingiustizia garantita. Nei prossimi anni vanno in pensione dalla Pubblica Amministrazione quasi 500 mila dipendenti. Lo Stato dovrebbe reclutarne solo 100 mila, ma qualificati e mirati nei settori essenziali, consentendo un risparmio eccezionale nella spesa pubblica. Così come le tante tasse inique, a cominciare dall’Irap alle imprese, che sono non sui redditi, ma sui dipendenti, devono assolutamente essere cassate.

Insieme alla necessità dello Stato di pagare i suoi debiti verso i privati e i fornitori, che non debbono subire l’ingiustizia di essere massacrati proprio dallo Stato stesso, che invece dovrebbe garantirli: attualmente è un pessimo pagatore e spesso fa fallire le imprese che lavorano per lui. Su questi temi la Destra non può rinunciare ad entrare con forza nel dibattito politico, come ha fatto in passato, lasciando l’intera gestione del settore economico solo alle forze moderate e liberali o alla sinistra.

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