Le tre buone ragioni di Giorgia Meloni per dire “no” al referendum leghista

Ha fatto bene Giorgia Meloni a puntualizzare l’inutilità del referendum lombardo-veneto pro-autonomia indetto per il prossimo 22 ottobre dai governatori Maroni e Zaia. Hanno fatto invece malissimo i leghisti a reagire con scompostezza quasi che la condizione di leader di partito alleato imponesse alla Meloni l’accettazione supina delle altrui decisioni. È vero semmai il contrario: si è alleati perché si è diversi e compatibili nello stesso tempo. Ciascuno, però, ha da rispettare il limite delle proprie colonne d’Ercole. E quelle della Meloni si chiamano unità e integrità nazionale. Se è stata costretta a richiamarle, c’è più d’una ragione.

La prima: il referendum è una scelta politica, non una necessità imposta dalla complessa procedura prevista dall’articolo 116 della Costituzione. Averlo indetto è funzionale solo alle dinamiche interne alla Lega Nord, al legittimo desiderio di protagonismo politico nazionale di Maroni è Zaia e alle comprensibili esigenze di mobilitazione e di propaganda di un partito a fine legislatura. Tutto legittimo. Come lo è, però, lo smarcamento della Meloni, leader di un altro partito che, per quanto più piccolo, ha storia e vocazione nazionali. E autonomia politica.

La seconda: quanto accaduto domenica scorsa in Catalogna è un monito. Le dinamiche sottese alle richieste di autonomia di governo si sa dove cominciano ma non dove finiscono. Le cariche della Guardia Civil, le teste spaccate ai manifestanti e le urne sequestrate sono atti di brutalità inusitati per una democrazia europea, ma nel contempo rappresentano anche la spia di pregressi cedimenti. Per molti leghisti, invece, «fare come a Barcellona» costituisce un traguardo irrinunciabile. E il referendum del 22 ottobre solo una tappa intermedia. Al contrario, il “no” della Meloni segnala che la consultazione indetta da Lombardia e Veneto può diventare un terreno scivoloso per l’unità e la solidarietà nazionale poiché rischia di aumentare le diseguaglianze tra italiani. E non rendendo più ricco il Nord, ma solo facendo diventare più povero il Sud.

La terza: tanto la Meloni quanto Matteo Salvini sono convinti che l’integrità dello Stato nazionale sia compatibile con autonomia e decentramento. Il leader leghista se ne è convinto a tal punto da coltivare sogni di gloria elettorale anche nelle contrade meridionali, solo fino a poco tempo fa destinatarie di ben altre attenzioni da parte sua e dei suoi compagni di partito. Una scelta da vero leader politico. Anche per questo, se fossimo nei suoi panni non scacceremmo come una zanzara fastidiosa l’idea che il referendum dei suoi governatori finisca in fondo per fare più male che bene alla sua strategia. Del tutto scontato, quindi, che sul punto la Meloni lo sottoponga a stress-test. La leader di FdI agisce in questo caso da garante degli interessi del Mezzogiorno, seppur all’interno della consueta e irrinunciabile cornice nazionale. La sua è una posizione obbligata. Non lo facesse, rischierebbe la consunzione politica per contiguità con la Lega. Averlo compreso è segno di maturità. Aver agito, sfidando incomprensioni e conseguenze, è prova di coraggio.