La Catalogna è Spagna: la slealtà autonomista è inaccettabile

Premesso che manganellare gli anziani e sparare proiettili di gomma contro manifestanti disarmati è la peggiore  immagine che uno Stato che vuol dirsi democratico possa darsi, resta una domanda: Perchè nessuno fa analisi serie sulle responsabilità  e sui perché di uno  scontro che si poteva evitare? Perché a priori si dà per scontato che i separatisti  siano dalla parte della regione e vittime sacrificali del cattivo unionista di turno? Perché tanta  solidarietà per la causa catalana? Perché si dice con tanta superficialità  che la Catalogna ha “il diritto” di votare per chiedere l’indipendenza dallo Stato centrale spagnolo?  Soprattutto i media e i social hanno diffuso con grande abilità simpatia nei confronti di un populismo chiaramente di sinistra, che specula su un romanticismo delle piccole patrie, affondando le radici nel più totale distacco dai fatti concreti e nella non conoscenza  della realtà Spagnola.

1. L’ AUTONOMIA: la Catalogna non è invasa né oppressa, al contrario. Dal 1978 la Costituzione spagnola  riconosce e le concede una larghissima autonomia. Un autonomia così ampia  che la Catalogna si è attribuita competenze inimmaginabili per una regione in Italia. Lo Stato di fatto deve “accontentarsi” delle competenze che la Comunità non ha inserito nel proprio Statuto. In particolare per la Catalogna, lo Statuto regionale stabilisce con grande precisione i confini della “collaborazione” con lo Stato nazionale.

2. STORIA COMUNE. A differenza della Scozia, il cui referendum è preso come esempio per sostenere la causa indipendentista,  la Catalogna non è mai stata un regno separato dal resto della Spagna . Né una nazione, come concetto moderno. Sì, era un Principato con le proprie istituzioni, ma perfettamente integrato nella Corona d’Aragona accanto a quello che oggi sono le comunità Baleari e Valenciane. José Enrique Ruiz-Domènec, professore di Storia dell’Università Autonoma di Barcellona, assicura che la Catalogna non è stata mai indipendente perché è stata integrata nella Corona d’Aragona

3. LA LINGUA. Il Castigliano è una lingua ufficiale in Catalogna, come è il catalano. E anche se lo statuto di autonomia del 2006 ha introdotto la precisazione che il catalano è il “linguaggio corretto” di questa comunità, il fatto è che lo spagnolo è la lingua madre di una grande popolazione. In particolare, lo spagnolo è la lingua più utilizzata dai residenti in questa comunità, il 46%, mentre il catalano è il linguaggio d’uso nel 36% della popolazione. Il 12% parla entrambe le lingue ugualmente. ( da un rapporto della Generalitat di Catalogna sugli usi linguistici dal 2010). Spagnolo e catalano, lingue sorelle, sono parte inseparabile della Catalogna , una ricchezza che né le sanzioni né le imposizioni distruggeranno.

4.LE RADICI. Nonostante l’insistenza dell’indipendentismo nell’eliminare qualsiasi espressione popolare che sa di Spagna, Catalogna condivide con il resto del paese un denominatore comune, che si esprime in molteplici campi: le peculiarità della gastronomia locale si fondono in un gusto condiviso con una cucina tipica che trova riconoscimenti all’estero, oltre alla comune passione per le feste popolari collettive. Esiste una cultura ed una tradizione Spagnola generata dalla sua storia e dal processo della “ Reconquista” che durò per oltre cinque secoli. Nel 1492 Cristoforo Colombo, grazie all’aiuto dei re spagnoli, intraprese il primo viaggio verso il Nuovo Mondo. Mentre veniva instaurata l’Inquisizione spagnola; gli ebrei e i musulmani furono espulsi dai regni iberici. Nei tre secoli successivi la Spagna fu la più grande potenza coloniale, fondando un impero che si estendeva dalla California alla Patagonia e dai Caraibi alle Filippine. Fu anche il più potente stato del Rinascimento. In questo periodo fiorirono le arti e la letteratura spagnola. più grandi potenze del mondo e che ha esportato la propria Civiltà in mezzo mondo.

5.L’ECONOMIA La Catalogna è ina realtà economicamente ricca (il 16% della popolazione spagnola è titolare del 23% dell’apparato industriale e del 25% delle esportazioni nazionali) ma è amministrata malissimo, tanto che il suo deficit è da anni circa il doppio di quello medio delle altre regioni autonome. La mediocre politica catalana ha sfruttato per anni lo slogan “Madrid ladrona”. Nel 2012 la rottura finale con Madrid, rispetto al patto siglato nel 2006 e poi annullato dalla Corte Costituzionale, avvenne proprio sul tema della fiscalità. E l’accelerazione impressa al sentimento indipendentista negli ultimi anni dipende in larga parte non tanto dal desiderio di parlare la propria lingua o di ritornare nell’alveo di una vecchia storia ma piuttosto dalla crisi economica, e dall’illusione che il distacco dallo Stato centrale porterebbe dritti nel Paese di Bengodi.

6. POPOLAZIONE DI TUTTA SPAGNA. Una grande maggioranza dei catalani è nata in altre comunità autonome. Secondo ai dati per il 2011 pubblicati dall’Istituto di statistica della Catalogna (IDESCAT), uno su sette residenti sono nati in Catalogna nel resto della Spagna , vale a dire 1,4 milioni (la popolazione catalana è di 7,5). I flussi migratori degli anni ’50 e ’60 sono una delle cause di queste cifre. Il gruppo più grande è l’andalusa (654.285), seguita da Extremadura (134.094) e Aragonesi (110,303). Idescat rivela anche che i 20 cognomi più diffusi in Catalogna sono di origine spagnola . Il più comune è Garcia, che porta 170.818 persone, che rappresenta un tasso di 22,64 per mille abitanti. Seguito Martinez (119,231 persone, 15,80 per mille abitanti), Lopez (114.352), Sanchez (103.044), Rodriguez (99.884), Fernandez (99.884), Fernandez (97.658), Perez (92.708), Gonzalez (91.548) , Gomez (56.663), Ruiz (50.234) … 53.

 7.CONTRIBUTO SPAGNOLO. Il dinamismo della Catalogna, il suo potenziale economico e le pagine più brillanti della sua storia non possono essere spiegate senza la Spagna e con il contributo dello Stato. Le mostre universali del 1888 e del 1929 o dei Giochi Olimpici del 1992, le tre tappe che spiegano la configurazione di Barcellona moderna , sono eventi che non sarebbero stati possibili in una Catalogna separata dalla Spagna. Le grandi infrastrutture dei trasporti, costituiscono un contributo diretto dello Stato: dal porto di Barcellona , nella fase di crescita e chiave dello sviluppo economico della comunità, all’estensione dell’aeroporto El Prat , 1,5 miliardi di investimenti che garantiscono il potenziale dell’installazione a 50 milioni di passeggeri all’anno. Senza dimenticare il collegamento AVE tra Barcellona e Perpignan, con i quattro capoluoghi provinciali catalani collegati ad alta velocità con Madrid e la Francia.

8.LA CULTURA. Al di là della lista infinita di catalani universali  che,da Dalí a Pla attraverso Juan Marsé, Carmen Amaya, Pau Casals, Antoni Tapies, Jaume Plensa, Montserrat Caballé, Joan Miró , e molti altri hanno portato la cultura e l’arte al di là dei confini.I legami culturali che tengono assieme la Spagna alla Catalogna sono forti come il linguaggio comune, castigliano, in cui molti scrittori hanno sviluppato gran parte della loro carriera. I nomi pesano, sì, ma anche i dati, e un dettaglio significativo sta interessando l’industria editoriale su dieci libri pubblicati in Spagna cinque provengono dalle case editrici barcellonesi, e il 70% di catalani leggere in spagnolo . Barcellona è la grande stampatrice del libro in castigliano.

9.LO SPORT. L’emergere dello sport spagnolo non si comprende senza il contributo catalano. L’elenco degli atleti nati in questa terra o che si sono formati in questa comunità e hanno portato in alto la bandiera spagnola è molto lungo: dalla fucina inesauribile di piloti di motociclismo alla squadra di calcio e basket .. Capitolo a parte merita il calcio , dove la storica  rivalità Barça-Madrid è, una delle  maggiori attrazioni del football internazionale.. Per non parlare della nazionale di calcio spagnola, dove la partecipazione dei giocatori catalani è stata fondamentale nei loro successi.

10.L’ AUTODETERMINAZIONE Ma al di là di tutto questo, c’è una considerazione ancor più ampia. Ed è questa: chi parla di “autodeterminazione dei popoli” quasi sempre non sa di che cosa parla e piglia lucciole per lanterne. Tale principio, infatti, fu enunciato dal presidente americano Woodrow Wilson nel 1919 in occasione del Trattato di Versailles. Wilson ne faceva in realtà l’arma concettuale del nascente imperialismo americano, farsi paladino delle “piccole patrie” gli serviva per scombinare i giochi delle grandi potenze europee dell’epoca, ovvero Francia e Regno Unito, e dei loro imperi coloniali. In ogni caso, la questione dell’autodeterminazione è riservata ai popoli sottoposti a dominazione coloniale o a occupazione straniera, oppure a quelli costretti a vivere in regime di apartheid. Che c’entra la Catalogna? Votare per promuovere l’indipendenza per i catalani è al massimo un legittimo desiderio, in nessun caso un diritto.

 CONCLUSIONI. Un processo di disgregazione degli stati nazionali, a favore di entità più piccole e fra loro conflittuali fa solo gli interessi di alcuni potentati economici. Al contrario, stati nazionali con una sana autonomia per le comunità regionali, ridurrebbero le recriminazioni nelle regioni formiche e costringerebbero ad una maggiore responsabilità in quelle cicale. Ciò che sta accadendo in Spagna è dovuto agli equivoci della Costituzione che nonostante tutto, garantisce l’unità della Spagna. La Catalogna non è mai stata indipendente, non è mai stata un regno, non ha mai avuto uno Statuto fino a 32 anni fa ed è stato grazie alla debolezza di tutti i governi che si sono succeduti  in Spagna da allora. La competenza dell’educazione è stata trasferita e si sono inventati  una storia che non è mai esistita. La Catalogna era una contea del regno di Aragona e non ha mai avuto un governo indipendente. Gli indipendentisti hanno rappresentato, distorto e inventato una situazione che è stata imposta a forza agli altri catalani che si sentono spagnoli e convincendo  il resto del mondo della loro menzogna. La Catalogna è Spagna e vive prospera grazie a tale appartenenza.