Il femminismo italiano ha una nuova leader: è Asia Argento. Ma non scrivetelo sul Nyt

Si pensava che con l’annuncio di un’imminente fuga dall’Italia cattiva, Asia Argento e le molestie subìte da quello sporcaccione repellente di Harvey Weinstein fossero un caso archiviato. Invece no.

Qui la faccenda diventa succosa e intrigante se ad accapigliarsi sono le donne. Inutile che per farsi notare e per far vendere copie l’anziano Vittorio Feltri abbia scritto e detto porcherie su Asia Argento,  seguito a ruota da Renato Farina per il quale “la maialaggine non è reato”. Niente, non sono stati poi così trasgressivi nei loro lazzi e ragionamenti da osteria. E poi, lo stile “patata bollente” non travalica più i confini dell’Italietta in calore.

Ci voleva altro perché tutto l’affaire Asia Argento, nella sua caciarona declinazione italiana, sbarcasse sul New York Times. E ci è arrivato grazie a un editoriale della giornalista Guia Soncini, una di quelle firme diventate mainstream stando a cavallo tra il gossip e il costume, ostentando quella giusta dose di cattiveria neocinica che ha portato agli allori anche giornalisti maschi, ritenuti controcorrente, come Giuseppe Cruciani o Andrea Scanzi. 

Soncini, che su Twitter è @lasoncini, si è messa subito a battagliare a colpi di cinguettii al vetriolo contro la “povera” Asia Argento che trovava intanto tra le femministe le carezze consolatorie e riparatorie utili a lenire le sue afflizioni. Uno dei suoi tweet è stato particolarmente fulminante: “Sogno un pezzo su Weinstein di una sola riga, quello sarà un vecchio porco ma voi gliela tiravate con la fionda, finché pensavate servisse”. Asia Argento ha definito vergognoso il commento. 

Ma Soncini sta nella scia, e dalla polemica si ritaglia la sua giusta quota di visibilità. Dunque rincara la dose, con un altro tweet perfido: “Non so come dirvelo, ma il sottotesto ‘d’altra parte sapeste che bel culo ho’ ogni volta che rievocate le vostre molestie, si nota benissimo”.

Il terzo atto è un commento sul New York Times della stessa Soncini in cui si dichiara finito il femminismo italiano, che sa essere solidale solo per una ristretta rete di “sorelle”. Le non affiliate non contano, sono invisibili. Si sarebbe potuto dire, non a torto, che se il femminismo italiano sceglie Asia Argento (una privilegiata e figlia di papà) come simbolo delle donne oppresse ha già da sé scelto di imboccare una deriva disastrosa verso l’inevitabile precipizio. Ma non si arriva a tanto, perché Guia Soncini viene scomunicata dalla stessa Asia Argento, confortata in ciò da altre firme del femminismo italiano che la accusano di misoginia.

Il fatto è che le femministe italiane sono anche litigiose e hanno deciso che Guia Soncini è la nuova “nemica di genere” da abbattere, da additare alla riprovazione collettiva. Ovviamente, tutto questo cicalare si diffonde tra web, blog e media senza che il mondo femminile vero, le anonime, le invisibili, ne abbia notizia. E il tutto si riduce a un metaforico strapparsi i capelli che restituisce davvero lo spettacolo di come sia ridotto il femminismo nostrano.

La rissa fa perdere di vista la differenza, sostanziale, tra stupro e ricatto sessuale e anche il dovere di condannare quest’ultimo, chiunque ne sia vittima, come atto odioso di sopraffazione. Buon senso vorrebbe che Asia Argento si ritirasse dalla mischia regalando un po’ di silenzio al dibattito di cui vuole continuare ad essere protagonista. Invece lei è talmente presa dal suo nuovo ruolo di aureolata leader femminista che si è messa a collezionare letterine di solidarietà, a incassare gli incoraggiamenti di Laura Boldrini, a disquisire sul delitto d’onore. E, infine, anche a dire chi può e chi non può scrivere di femminismo. Ovviamente Guia Soncini non può. Il femminismo italiano può esistere solo nella versione di Asia. 

La conclusione giunge naturale e spontanea: solidarietà a Guia Soncini, che deve poter esprimere liberamente le proprie opinioni. Solidarietà a tutte le donne che subiscono ricatti sessuali nel corso della loro carriera e che non finiscono in copertina per questo. Solidarietà anche alle femministe costrette a serrare i ranghi allo schiocco di dita dell’amazzone Asia Argento. A volte il destino sa essere davvero ingrato.