Dal Rosatellum bis frutti avvelenati. E la crisi delle coalizioni lo dimostra

Più che il testo di una legge elettorale, sembra che sulle coalizioni sia passato un uragano devastante. Il vecchio centrosinistra è un campo di macerie sotto cui rischia di restar sepolto anche Paolo Gentiloni. Al quale Bersani e compagni non perdonano l’aver assecondato la richiesta del voto di fiducia e, con essa, l’obiettivo di Renzi di saltare a piè pari la tagliola dei cento e passa voti segreti. Vero è che la legislatura è al suo ultimo giro di campo, ma è altrettanto vero che il nuovo sistema di voto, atteso ora al Senato, elegge il 36 per cento di parlamentari in collegi uninominali con il sistema maggioritario, quindi in coalizione. E a giudicare dai toni odierni, è difficile che da quelle parti riescano a metterne su una senza offendere la decenza. Ma in politica, si sa, mai dire mai. Un po’ meglio è messo il centrodestra. Giorgia Meloni si è battuta generosamente contro il Rosatellum bis, a differenza degli alleati leghisti e forzsti che lo hanno convintamente sostenuto. Decibel elevati anche qui, ma almeno ci siamo risparmiati il melodramma in corso a sinistra. Più abrasivo dell’unità interna potrebbe semmai risultare l’indisponibilità della leader di FdI-An ad appoggiare i referendum autonomistici per i quali si voterà il prossimo 22 ottobre in Lombardia e Veneto. L’uno e l’altro “no” hanno tuttavia il merito di consacrare la Meloni come terzo incomodo nel “bipolarismo” interno e concorrente Forza Italia-Lega Nord e FdI-An come partito dotato di piena autonomia e sovranità. Quel poco che ha consegnato il dibattito parlamentare lo ha fatto, del resto, già capire: è stata proprio l’ex-ministro della Gioventù a scandire i concetti più popolari nell’elettorato del centrodestra: coalizioni chiare e riconoscibili; scelta diretta del governo da parte dei cittadini. Il Rosatellum bis, invece, regala semi-coalizioni che difficilmente resisteranno all’urto dell’ingovernabilità, il cui profilo è già possibile scorgere nella straripante quota (74 per cento) di proporzionale. Se il nuovo sistema di voto uscirà indenne anche dal Senato – e non c’è motivo per dubitarne -, è molto probabile che il prossimo Parlamento risulterà ancor più confuso e inconcludente dell’attuale. Se così sarà, non mancherà di certo la buona creanza di ricordare chi, nel centrodestra, i guasti del Rosatellum bis li aveva visti con largo anticipo.