Crac Cirio, condanna definitiva per Geronzi: concorso in bancarotta

È arrivata una condanna definitiva per il “banchiere di Marino”. Cesare Geronzi, a 82 anni, deve scontare una pena di 4 anni, di cui 3 coperti da indulto, per concorso in bancarotta, a causa delle sue responsabilità nel crac della Cirio. A partire dal collocamento, tra il 2000 e il 2002, dei bond della società tramite la sua Capitalia. Lo stesso anno, il 2002, la società del patron Sergio Cragnotti fallisce e manda in fumo i risparmi di 35mila risparmiatori. Da quei fatti contestati, e oggi definitivamente accertati dalla Cassazione, Geronzi è stato presidente di Capitalia, fino alla fusione con Unicredit del 2007. Lo stesso anno è diventato presidente del Consiglio di Sorveglianza di Mediobanca. A fine 2008, con il ritorno alla governance tradizionale in Piazzetta Cuccia, viene confermato presidente. Ad aprile 2010 è nominato presidente di Generali. Un anno dopo è costretto a dimettersi per evitare una mozione di sfiducia e assume la presidenza di Fondazione Generali, carica che ricopre fino a giugno 2016.

Come dire, le responsabilità che sono emerse nel clamoroso crac della Cirio, così come quelle ancora da accertare in via definitiva per il fallimento della Parmalat, non hanno condizionato una carriera che è proseguita ai vertici della finanza italiana, fino a un’uscita di scena morbida e ampiamente retribuita, in età ormai avanzata. Le vicende giudiziarie che riguardano Geronzi si riferiscono anche all’altro grande scandalo finanziario, quello della Parmalat, fallita nel 2003, che per una a parte incrocia l’affaire Cirio. L’ex presidente del Banco di Roma è stato però assolto dall’accusa di bancarotta nell’ambito l’operazione Eurolat, settore latte della Cirio. La Parmalat di Calisto Tanzi, secondo quanto emerge dalla sentenza, non fu costretta ad acquistare la società ad un prezzo superiore al valore effettivo, come invece sostenuto dall’accusa. Nell’altro filone Parmalat, quello che riguarda la cessione delle acque minerali Ciappazzi, l’accusa ha sostenuto che l’acquisto da parte del gruppo di Collecchio della società in gravi difficoltà economiche avvenne per effetto delle pressioni esercitate dagli alloravertici di Banca di Roma, poi Capitalia. La corte d’Appello di Bologna, nell’ambito del processo bis, ha ridotto le pene per Cesare Geronzi, a quattro anni e mezzo di reclusione, e per Matteo Arpe, a tre anni e mezzo, che erano state annullate con rinvio dalla Cassazione nel 2014. Ma lo stesso Arpe ha presentato un’istanza di revisione dell’intero processo.