Vaticano, l’ex-revisore Milone: ho lasciato perché minacciato dal capo dei Gendarmi Domenico Giani

“Non mi sono dimesso volontariamente. Sono stato minacciato di arresto. Il capo della Gendarmeria mi ha intimidito per costringermi a firmare una lettera che avevano già pronta”. Libero Milone, ex-primo Revisore generale dei conti vaticani racconta, in un’intervista concessa al Corriere della Sera, al Wall Street Journal, all’agenzia Reuters e a Sky Tg24, la sua clamorosa verità sulle sue improvvise dimissioni all’inizio dell’estate.

Il suo incarico, al quale era stato chiamato il 9 maggio 2015, riguardava l’analisi dei bilanci e i conti della Santa Sede e delle amministrazioni collegate. Un lavoro delicatissimo.

Lo scorso 19 giugno, improvvisamente, Milone presenta le sue dimissioni direttamente al Pontefice. Che le accetta. Cosa è accaduto per indurre il Primo Revisore a prendere questa decisione?

Ora Milone rivela di non essersi dimesso volontariamente. E spiega cosa è accaduto, dando corpo a quel clima di veleni e guerre intestine all’interno della Santa Sede.

“Parlo solo ora perché volevo vedere cosa sarebbe successo dopo le mie dimissioni” spiega Milone sottolineando che visto che “in questi tre mesi dal Vaticano sono filtrate notizie offensive per la mia reputazione e la mia professionalità” non “lo potevo più permettere”.

“Mi spiace molto per il Papa – ci tiene a precisare l’oramai exprimo revisore -. Con lui ho avuto un rapporto splendido, indescrivibile, ma nell’ultimo anno e mezzo mi hanno impedito di vederlo. Evidentemente non volevano che gli riferissi alcune cose che avevo visto. Volevo fare del bene alla Chiesa, riformarla come mi era stato chiesto. Non me l’hanno consentito”.

Milone ricostruisce così le tappe della vicenda e non esclude, dice alla fine, che possa arrivare alla denuncia.

Il 19 giugno “fui ricevuto dal sostituto alla segreteria di Stato, monsignor Becciu, per parlargli del contratto dei miei dipendenti. E invece mi sentii dire che il rapporto di fiducia col Papa si era incrinato: il Santo Padre chiedeva le mie dimissioni. Ne domandai i motivi, e me ne fornì alcuni che mi parvero incredibili. Risposi che le accuse erano false e costruite per ingannare sia lui che Francesco; e che comunque ne avrei parlato col Papa. Ma la risposta fu che non era possibile. Becciu mi disse invece di andare alla Gendarmeria“.

In Gendarmeria, spiega Milone, “notai subito un comportamento aggressivo. Ricordo che a un certo punto il comandante Giandomenico Giani mi urlò in faccia che dovevo ammettere tutto, confessare. Ma confessare che cosa? Non avevo fatto nulla”. E aggiunge: “Scoprii che indagavano da oltre 7 mesi su di me. Hanno sequestrato documenti ufficiali protocollati e coperti dal segreto di Stato“. “Impedirlo? Non potevo fare niente. Ero intimidito”.