Perché la Merkel ha perso? Perché di austerità cominciano a morire anche i tedeschi

Non è stata solo la questione migranti a danneggiare la Merkel e a gonfiare le vele di AfD nelle elezioni del 24 settembre in Germania. In realtà, dietro l’esito del voto di domenica scorsa c’è anche la crescita di un disagio sociale di cui  nessuno sospettava l’esistenza nel Paese più ricco e più prospero dell’Ue. Gli indici di sviluppo sono fatti di cifre, ma dentro quelle cifre ci sono le persone e la realtà che poi emerge è assai più triste di quella propagandata dai grandi media. Il disagio si rivela anche guardando con più attenzione i dati e confrontando, ad esempio, quelli sulla disoccupazione con quelli sulla povertà.  «Durante i governi di Merkel – scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera citando Destatis, vale a dire l’Istat tedesco – la disoccupazione è scesa dall’ 11% al 3,8%, ma negli ultimi dieci anni le persone in povertà relativa sono salite dall’ 11% al 17% del totale». Sembra una contraddizione, ma non lo è: una bassa disoccupazione può perfettamente convivere con un aumento dell’indice di povertà, se, come sta accadendo in questi anni  anni, non solo in Germania ma in tutta Europa, aumentano massicciamente i contratti di lavoro a termine e sottopagati. 

Altro significativo confronto: quello tra “virtù” di bilancio, qualità della vita, modernizzazione del Paese. Sotto la guida della Merkel – osserva sempre Fubini- il «bilancio pubblico è passato da un deficit di cento miliardi di euro a un attivo di venti, una gestione così virtuosa da far crollare gli investimenti pubblici fino a relegare la Germania persino dietro l’ Italia nelle classifiche sulla banda larga; nel frattempo la quota degli occupati in condizioni di povertà è raddoppiata al 10%».

Insomma, il rigore e l’austerità della Germania protestante cominciano a creare malessere sociale nello stesso Paese da cui sono scaturiti, soprattutto quando, come accade in questa fase storica, il rigore protestante va  a braccetto con l’ideologia liberista. Ah, come stavamo tutti meglio (tedeschi compresi) al tempo del keynesiano deficit spending.