L’italiano che recupera i corpi degli eroi di El Alamein: «L’Italia li ha dimenticati»

“Mancò la fortuna, non il valore”, è scritto sulla lapide nel deserto, a poca distanza dal sacrario di El Alamein, il luogo passato alla storia come uno degli snodi più delicati della storia recente, la più violenta delle battaglie della Seconda guerra mondiale culminata con la sconfitta delle forze italo-tedesche guidate dalla “volpe del deserto”, Erwin Rommel, contro gli inglesi del generale Montgomery. Quegli italiani rimasti sul campo, quasi 5mila, sono stati dimenticati e abbandonati, molti nel Sacrario del posto, spesso esposto alle scorribande delle bande locali, ma non da un italiano, medico anestesista bolognese, Daniele Moretto, figlio di un militare caduto sul campo, che racconta la sua missione sul sito www.qattara.it.

La missione di Moretto a El Alamein

«Ero ragazzino, e mio padre mi raccontava di imprese al limite del verosimile compiute  quando, giovane carrista dell’Ariete, solcava la Cirenaica e la Marmar. Parlava di deserto, di sete, di battaglie ed io lo ascoltavo preso come dalla lettura di un libro di Salgari.ica a bordo del suo M13/40 Erano gli anni sessanta e settanta e non sempre piaceva raccontare di guerre perse, di amor di patria, ma nel mio intimo cresceva il desiderio di solcare quei luoghi anche per capire meglio chi era stato mio padre. Per caso mi capitò l’occasione di andare ad El Alamein, una settimana, ma da allora la mia vita è cambiata. Come ammaliato da una forza interiore ho sentito il bisogno di approfondire quanto più potevo lo studio del territorio non solo dal punto di vista storico ma anche geologico, naturalistico e umano». Moretto, a cui La Stampa di Torino dedica un lungo articolo, appena può si reca, col supporto dell’associazione da lui creata, a cercare reperti, documenti e anche corpi, dei soldati caduti sul campo in quei 12 giorni di durissimi scontri tra italo-tedeschi e inglese. Al termine della lunga battaglia si conteranno, tra i soldati italiani e i tedeschi, circa 30 mila prigionieri, 9 mila morti o dispersi, e 15 mila feriti. “Nonostante questo, sono ancora tanti i soldati che riposano, dimenticati, sotto le sabbie dell’Egitto e della Libia”.

Le insidie dell’Africa e dei beduini 

«Ogni quattro mesi, impegni permettendo, scendo in quelle zone, perlustrandole, osservando campioni, reperti, ascoltando storie locali, al punto di avere raccolto una discreta mole di dati di quel territorio che si estende dalla costa mediterranea fino alla famosa depressione di El Qattara e anche oltre, infatti ultimamente i percorsi mi portano ad esplorare il deserto egiziano (noto come libico) nella sua completezza. Prima di avventurarsi però in un percorso è bene sapere alcune cose: la zona non è di libero accesso e alcuni recenti episodi quali: un gruppo rimasto bloccato dentro un campo minato, sparizione di armi dal museo del sacrario italiano, fermi alla dogana di persone con materiale bellico e cimeli, hanno ulteriormente ristretto i permessi così che il normale turista non può più abbandonare la strada asfaltata. Chi decide per una escursione nella piana della battaglia deve provvedere per tempo alla richiesta di permesso presso le autorità di polizia ed eventualmente contattare la nostra Ambasciata presso Il Cairo ove personale disponibile e qualificato saprà rispondere e trovare soluzioni alle nostre esigenze», racconta Moretto sul sito. 

Il corpo del pilota della Raf recuperato

 

 

La Stampa racconta che la gran parte dei nostri circa 5.000 caduti fu raccolta nel dopoguerra dal tenente colonnello Paolo Caccia Dominioni di Sillavengo con un’azione paziente – e pericolosa – durata ben 14 anni e culminata con la costruzione del grande Sacrario di El Alamein. L’associazione A.R.I.D.O. (Amici e ricercatori indipendenti deserto occidentale) svolge dunque una grande opera di documentazione storica, ma soprattutto di pietà. “Recentemente – racconta il quotidiano torinese – Moretto e i suoi sono riusciti a recuperare il corpo di un ergente inglese, Dennis Copino, che probabilmente aveva disertato dopo uno scontro con caccia tedeschi”. «Se qualcuno desidera informazioni su parenti caduti o dispersi in Africa – si appella Moretto – ci scriva pure dal sito www.qattara.it. Il nostro archivio è molto ampio e ben ordinato. Così, sono anche gradite copie di lettere, diari o fotografie, tutto ciò che riguarda la guerra d’Africa viene da noi catalogato e conservato per mantenere la memoria dei nostri padri e nonni. Oggetti e cimeli che riceviamo vengono da noi donati ai musei. Il nostro lavoro è gratuito, non accettiamo donazioni in danaro».