La Crusca denuncia: «L’italiano non si insegna più, diventerà un dialetto»

«Stiamo assistendo a un fenomeno: i mali del nostro sistema di istruzione vengono spesso denunciati pubblicamente non dalla scuola, ma dall’Università e, a livelli più avanzati, dagli ordini professionali. Non si contano le lamentele dei professori di Giurisprudenza sull’incapacità degli studenti di quella Facoltà (la chiamo ancora così, anche se questa struttura è stata cancellata) di redigere la tesi o anche solo una tesina in un italiano accettabile». Il professor Francesco Sabatini, volto noto della tv, linguista, filologo e lessicografo, nonché presidente onorario dell’Accademia della Crusca e professore emerito all’Università degli Studi Roma Tre, non usa mezzi termini per attaccare il sistema dell’istruzione, in Italia, nel suo complesso. E lo fa con un lungo articolo sul Corriere della Sera nel quale approfondisce il tema dell’esterofilia dilagante, anche sul piano linguistico, nonché sulla mancanza di docenti di italiano.

L’italiano sedotto dai dialetti “europei”

«L’italiano. Ogni tanto lo si proclama, nella nostra scuola, come la disciplina centrale e trasversale per tutti gli studi, ma di fatto – spiega il professor Sabatini –  non viene coltivato come tale, anche qui per molti motivi, ma tutti riconducibili a una causa profonda: manca ampiamente nel nostro mondo scolastico una cognizione scientifica del ruolo che ha la lingua prima nello sviluppo cognitivo generale dell’individuo. Tutto il curricolo di questo insegnamento (per l’uso parlato e ancor più per l’uso scritto) è inficiato da errori di impostazione che le scienze del linguaggio hanno messo da tempo in evidenza, ma che non vengono conosciuti e riconosciuti nelle sedi responsabili: la formazione universitaria dei futuri docenti; la tradizione dei nostri curricoli scolastici ispirati alle Indicazioni ministeriali, ogni tanto ritoccate, ma mai veramente ripensate; di conseguenza anche l’impostazione di molti dei libri di testo, che non osano scalfire l’esistente». Il richiamo del globalismo, della miscellanea culturale, sembra fare breccia anche nelle scuole italiane. «La nostra scuola deve ancora scoprire che l’italiano in Italia è la lingua prima, della quale il nostro cervello, se non vive in ambiente paritariamente bilingue, deve servirsi per conoscere nella maniera più ravvicinata e stabile il mondo: le cose e i fenomeni, e sviluppare su di essi i ragionamenti, da quelli elementari a quelli più complessi, che si sono formati in tutti i campi del sapere, specialmente attraverso la scrittura… Una sottovalutazione che si accompagna da un lato alla convinzione che ormai serve solo la scrittura elettronica (si dimostra di ignorare che lo scrivere a mano coinvolge tutto il nostro corpo), dall’altro a un incontrollato desiderio di molti insegnanti di «andare avanti», per insegnare quanto prima la «grammatica», che ritengono necessaria fin dall’inizio (ma così non è) o per elevare il proprio ruolo e far bella figura con i docenti della Media e con i genitori. Intanto il bambinetto e la bambinetta leggono male e scrivono peggio, beccandosi a volte, a torto, le qualifiche di dislessici e disgrafici, che distorcono tutto il loro percorso scolastico successivo…».

Parole sulle quali aspettiamo, a breve, la replica del ministro senza laurea, Valeria Fedeli, chiamata a vigilare sui presunti riformatori, “che vanno in altre direzioni, come ilmassimo potenziamento dello studio dell’inglese (necessario, per carità, ma non a scapito dell’italiano) e ogni altro possibile allargamento, spesso sperimentale, delle discipline (ma una brutta fine ha fatto la geografia)”. 

 

La conclusione del linguista è amara: «L’italiano prima o poi diventerà un dialetto europeo che non servirà a nessuno».