Kim Jong nuovo idolo del capitalismo: «Formidabile amministratore delegato»

Il segno dei tempi che cambiano: quando, incontrastato, vigeva il primato della politica, erano i leader e gli statisti a fare da pietra di paragone per ogni altra attività umana. Alessandro Magno, Cesare, Augusto o, in tempi più ravvicinati, Napoleone hanno a lungo ispirato i sogni di conquista di imprenditori e capitani d’azienda. Il capitalismo come volontà di potenza di un’idea, di un progetto imprenditoriale, si è nutrito fino a ieri delle tattiche militari dell’arte del comando degli antichi condottieri. Ma, appunto, i tempi cambiano. E quelli attuali li viviamo all’insegna della netta supremazia dell’economia, anzi della finanza, con il corollario del suo pensiero unico, finalizzato a  dimostrare che l’unica logica che vale la pena di assecondare è quella del mercato. Non meraviglia, dunque, che in questa temperie non siano più i leader a tracciare il solco della storia bensì i ceo, acronimo dell’inglese chief executie officerl’equivalente del nostro amministratore delegato. Così capita che persino Kim Jong-un, il 33enne capo nordcoreano capace di far sparare a cannonate chi solo osa appisolarsi durante i suoi interventi, non sia più uno spregiudicato tiranno bensì – stando almeno all’analisi pubblicata sul Foreign Affairs a firma di David C. Kang, professore della University of Southern California e a quella di Byung-Yeon Kim, accademico di Seul di cui ha dato notizia il Corriere della Sera – «un neo amministratore delegato» che «per risollevare» le sorti del suo gruppo «impone una nuova visione, nuovi obiettivi, motiva il personale ma taglia anche molti incapaci». Certo, siamo in presenza di quella che lo stesso Corsera ha definito una «suggestione accademica». Tuttavia, quel che inquieta di questa suggestione-provocazione è la traslitterazione in chiave economicistica di comportamenti e di atti che sono propri della politica: la minaccia della guerra per ottenere una pace vantaggiosa, la sostituzione (anche cruenta) di classi dirigenti, il ricorso alla propaganda come strumento del consenso, la ricerca almeno di un minimo benessere per il proprio popolo per evitarne il malcontento e la possibile rivolta. Kim Jong-un, al netto del giudizio che se ne ha, fa esattamente questo. E lo fa perché, ne sia all’altezza o meno, è capo assoluto di uno Stato. È un tiranno, non un «dinamico manager», fa propaganda non marketing, taglia le teste dei suoi oppositori ma non per questo possiamo definirlo un selezionatore di talenti. In questo senso Kim, è una sorta di dinosauro sopravvissuto. Cerchi, perciò, il pensiero unico di non trasformarlo nel modello più riuscito dell’uomo ad una direzione.