Italia sempre più indietro: la politica economica fa acqua da tutte le parti

Se l’economia italiana continuasse a crescere, come sembrano confermare le proiezioni, il PIL italiano nel 2017 crescerà complessivamente dell’1,5%. Un dato positivo, certamente positivo, soprattutto se confrontato con le polemiche che hanno accompagnato, l’anno scorso, la stima dell’1%. Per quanto migliore delle aspettative, però la crescita italiana rimane, tuttavia, tra le più basse d’Europa. Infatti, il tasso di crescita annualizzato per l’Eurozona è del 2,2%, mentre, se si considerano anche i paesi che non hanno l’Euro si supera il 2,3%. Anche il contesto globale è migliore. L’Ocse rivede al rialzo la crescita per il Pil globale nel 2017 dal 3,3%, indicato a marzo, al 3,5% e mantiene la stima del 2018 al 3,6%. Peraltro, ed è questo l’aspetto più inquietante, complessivamente, la ripresa non sembra essere in grado di riassorbire la disoccupazione che si assesta ad un tasso previsto pari all’11,5% (nell’eurozona, 9,4% per il 2017), con punte intorno al 40%, per i giovani tra i 15 ed i 24 anni, ed un enorme gap tra il Nord ed il Sud del Paese. E’ evidente, dunque, che si pone il problema di capire perché, il nostro Paese, nonostante le molte risorse inutilizzate, non decolla. La risposta è tanto semplice quanto complessa da spiegare a chi pensa (a torto) che, semplicemente sostenendo i consumi ed allargando i cordoni della borsa si possa conseguire un positivo risultato in termini di aumento del benessere collettivo. Gli errori, insomma, stanno tutti nella politica economica seguita dal Governo Letta, Renzi e Gentiloni. E vediamoli uno ad uno.

Tutti gli errori del governo

In primo luogo, l’inutile politica degli 80 Euro per alcune categorie di lavoratori (per un totale di circa di 8,5 milioni di lavoratori) è costata in tre anni oltre 30 Miliardi di Euro. Di questo fiume di danaro che, nelle intenzioni dei sostenitori avrebbero costituito il volano per la crescita, innestando un circolo virtuoso di più reddito, più consumi, dunque, più investimenti privati, più reddito, in realtà solo una piccola parte si è tradotta in consumo. Il denaro è stato, infatti, tesaurizzato o impiegato a pagare passività, e non ha alimentato il reddito (segnatamente, si è stimato che degli 80 euro, circa 20 euro pro capite sono andati per alimentari e 30 euro pro capite per mezzi di trasporto). In definitiva, l’introduzione del bonus avrebbe contribuito all’aumento dei consumi in media per un 40% della spesa complessiva.

In secondo luogo, l’aumento del debito pubbliconuovo record– e del deficit nelle partite correnti del bilancio dello Stato. Come confermano i dati contenuti nel Bollettino Statistico mensile di Bankitalia, a giugno 2017, il debito pubblico si è attestato a 2.281,4 miliardi, sfondando tutti i precedenti record e, peraltro, ad aumentare è il debito delle Amministrazioni centrali e locali. Peraltro, anche sul fronte del deficit le cose non sono messe bene. Il rapporto defici/pil è negativo e, nelle previsioni, si dovrebbe attestare a fine anno intorno al 2%. Sul punto ricordiamo come, la più moderna teoria economia insegna (Pasinetti e Sylos Labini), è possibile definire il limite tra la zona di sostenibilità e di insostenibilità del debito pubblico attraverso una relazione tra avanzo primario del bilancio pubblico e debito pubblico rispetto al tasso di crescita del Pil. Tale frontiera è stabilita dalla capacità del Tesoro di coprire il pagamento degli interessi sul debito, senza ricorrere a nuovo debito. A sua volta tale indicatore della sostenibilità dipende dalle variazioni e dall’andamento del rapporto tra debito e Pil che, se rimane invariato, fa dipendere la sostenibilità dalla differenza tra saggio d’interesse e saggio di aumento del prodotto. Bene, è facile previsione che una diversa politica monetaria della BCE, accenderà la miccia per una esplosione del deficit, superando abbondantemente la sostenibilità dello stesso.

Ecco cosa si sarebbe dovuto fare

Che cosa si sarebbe dovuto fare? Bene, semplicemente copiare quello che è già stato fatto dagli altri Paesi membri dell’Unione più virtuosi. Cosi facendo, ovvero, impiegando i 30 Miliardi di euro in tre anni per la riduzione del cuneo fiscale e, per una controllata riduzione del carico fiscale sulle imprese (invece di versarli in una sorta di obolo di stato) e, contenendo la spesa pubblica improduttiva (in definitiva quella di mantenimento dell’apparato burocratico della Pubblica amministrazione), ci sarebbe potuto legittimamente attendere una crescita in linea con gli altri paesi dell’U.E. Ciò non è stato e non è dato aspettarci un cambio della guardia. Va, infatti, sottolineato come le forme d’incentivo per l’assunzione di giovani, tramite lo sgravio di contributi, previste nella manovra in discussione, resta da annoverarsi tra le misure tampone, utili nel contingente e fino a quando permane il contributo. Per il resto, non c’è traccia di provvedimenti a sostegno della domanda d’investimenti privati né, tantomeno, di quelli pubblici.