Il “premierino” Di Maio minaccia i sindacati. Ma quando mai ha lavorato?

Non si imbarazza neanche un po’, Luigi Di Maio, a stare nei anni di un assai improbabile candidato premier. Ma ormai Beppe Grillo il pennacchio glielo ha affibbiato e gli tocca pedalare alla meno peggio. A giudicare dalle prime uscite seguite all’investitura di Rimini, la strategia del M5S pare dirigersi in direzione dell’elettorato tradizionalmente di centrodestra. Un elettorato poco sensibile, se non addirittura ostile, alle fumisterie della politica e pronto invece a premiare chi dice “pane al pane e vino al vino”. A condizione, ovviamente, che risulti credibile per storia personale e percorso politico. E poiché parliamo di Di Maio, sulla prima è meglio stendere un pietosissimo velo mentre sul secondo non si può certo sostenere che sia la coerenza il punto forte dei Cinquestelle. In ogni caso, la strategia è quella. Lo confermano le parole di Di Maio sul ruolo dei sindacati al Festival dei consulenti del lavoro in corso a Torino. Parole che non sarebbero suonate male sulle labbra di un liberista della domenica, come dimostra l’epiteto di «analfabeta» beccatosi da Susanna Camusso. Eccole: «Con noi al governo o i sindacati si autoriformano o dovremo fare noi una riforma. Se vogliamo essere competitivi si deve prevedere il cambiamento radicale del sindacato». Che cipiglio! Vien quasi la voglia di prenderlo sul serio. Peccato che poi la seconda parte ammosci, e di parecchio, il Di Maio-pensiero: «Se cambia il lavoro deve cambiare il sindacato, dare la possibilità a organizzazioni più giovani di sedere a tavoli e agli stessi giovani di entrare nel sindacato. Un sindacalista che prende una pensione d’oro e finanziamenti da tutte le parti ha poca credibilità a rappresentare un giovane di 31 anni». Eccolo qua. Se tutti i salmi finiscono in gloria, ogni predicozzo a Cinquestelle finisce su vitalizi e rimborsi spese. E Di Maio non fa eccezione. Del resto, per uno che in vita sua non ha mai assaporato le gioie e le asprezze del lavoro, il tema del sindacato è davvero terra incognita. Ma le elezioni bussano e Di Maio, per una volta, deve guadagnarsi la pagnotta. Cerca di accreditarsi come candidato premier, pardon premierino. Ma purtroppo per lui, gratta gratta, e vien sempre fuori il grillino.