Donbass: il libro che racconta la guerra sconosciuta nel cuore d’Europa

Ci sono conflitti che non fanno notizia e che non arrivano al grande pubblico. Alla guerra nel Donbass, diretta conseguenza della crisi ucraina e delle rivolte di Euromaidan, è toccata questa amara sorte: la totale indifferenza dei media occidentali. Questo silenzio assordante – creato ad arte per celare i retroscena della crisi ucraina – viene imposto nonostante le migliaia di morti e le migliaia di profughi, le continue violazioni del “cessate di fuoco”, le fosse comuni e il cecchinaggio, le città devastate dalle bombe e il prolungarsi di un fronte di combattimento che si estende per chilometri. Non siamo nel centro Africa, ma a poche ore di aereo da noi, lungo una frontiera che sembra ricalcare il travaglio della storia russa, nel solco di una “linea di faglia” che – dopo il crollo dell’Urss – vede contrapporsi culture, etnie, religioni e appartenenze. È l’Ucraina di questi ultimi anni, attraversata da impeti nazionalisti e da ingerenze straniere, dove gli interessi energetici incontrano la geopolitica dei “grandi giochi” e le destabilizzazioni dei meccanismi mondialisti. Una zona calda, dove i venti americani soffiano sul fuoco della crisi economica agitando lo spettro della russofobia e utilizzando il miraggio dell’Unione europea come grimaldello per destabilizzare il “cortile di casa” di Vladimir Putin. Uno scenario complesso, dove il governo di Kiev – reduce da quello che gli osservatori definiscono un golpe – impegna i propri battaglioni nel cuore delle regioni orientali, quelle a maggioranza russofona che – dopo la sollevazione della Crimea e la sua annessione alla Federazione Russa – hanno scelto di autoproclamare le Repubbliche di Doneck e Lugansk, imbracciando le armi per la creazione della Novorussia. Kiev li chiama “terroristi”, minimizzando i loro successi sul campo e cercando minarne il consenso nella popolazione, che ha appoggiato la nascita delle due Repubbliche con una massiccia partecipazione alle urne. Quella in atto, nonostante gli accordi bilaterali e le pressioni internazionali, è una guerra civile che non ha risparmiato nessuno e che oggi – grazie al lavoro di reporter indipendenti, volontari solidali e giovani penne – ha trovato spazio in una pubblicazione coraggiosa: Donbass, una guerra nel cuore d’Europa, un libro scritto a più mani per le nuove edizioni di Passaggio al Bosco, con i magnifici scatti di Fabio Polese e la bella postfazione di Aleksandr Dugin. Un libro che riempie un vuoto, ricostruendo la storia dell’Ucraina, analizzando lo scenario post-sovietico, studiando gli equilibri strategici dell’Est Europa e smascherando il ruolo delle consorterie occidentali impegnate ad alimentare una “guerra per procura” che si è manifestata attraverso la “filantropia” di Soros, i diktat finanziari del Fondo Monetario Internazionale e le velleità espansionistiche della Nato: il lungo corso di una strategia politica, energetica e militare fondata sulla tensione e volta ad isolare il Cremlino, come fosse il secondo round di quella “rivoluzione arancione” che – questa volta – si è giocata al di fuori della democrazia. Un libro che ha il pregio di “verticalizzare” un conflitto che, troppo spesso, è stato interpretato secondo il vecchio schema ideologico della contrapposizione tra le parti, dove la retorica della “nuova Stalingrado” ha offuscato le ragioni profonde di una ribellione armata che non ha nulla a che fare con l’internazionalismo gauchiste dei progressisti di casa nostra. Un Donbass che, attraverso le testimonianze di osservatori e protagonisti, si mostra quale prima linea di una resistenza fisica a quella reductio ad unum tanto cara ai dispositivi di potere globalista: una lotta che si può non condividere, ma che porta in seno i tratti di uno spirito di appartenenza che vuole difendere un’identità religiosa, linguistica, storica, etnica e culturale. Una guerra che sembra voler riaffermare la presenza dei confini in un tempo di abbattimento dei limes, che pare infischiarsene del fatalismo rassegnato di chi accetta la “fine della storia”, che non è disposta a barattare il proprio futuro e la propria dignità. E’ il ritorno, prepotente e sfacciato, al protagonismo delle scelte di campo e al volontarismo di trincea, dove la libertà sembra preferire il rumore metallico del kalashnikov al grigio orizzonte delle leggi di mercato. Una guerra che Aleksandr Dugin, nelle ultime pagine del libro, definisce “una battaglia tra la modernità con i suoi anti-valori sovversivi e la Civiltà con i suoi valori eterni ed immutabili”. Una lettura eretica, oltre la noia del “politicamente corretto”.